Premessa

“La ditta è il nome commerciale dell’imprenditore e lo individua come soggetto di diritto nell’esercizio di un’attività d’impresa. A norma dell’articolo 2563 del codice civile il nome prescelto per questo segno distintivo può coincidere con il nome civile dell’imprenditore o può essere liberamente scelto da quest’ultimo.”

Quindi spesso il nome della ditta coincide con il cognome dell’imprenditore. E questo specialmente in Italia, patria del capitalismo familiare.

“Probabilmente l’Italia si trova esattamente a questo stadio della sua storia. Dopo aver sfruttato il punto di forza dell’impresa familiare, nella fase di crescita postbellica, in cui la maggior parte di queste imprese si trovava allo stadio nascente, ora si trova ad affrontarne in pieno il “tallone di Achille”, cioè l’incapacità di superare una soglia dimensionale critica, che è quella finanziabile e gestibile da una famiglia. Questa è probabilmente una causa non secondaria del rallentamento della crescita economica in Italia negli ultimi due decenni.”

Ma altri dicono che il problema non è dimensionale, non è di settore ove operano le imprese italiane (ed europee), ma è costituito dalla “concorrenza sleale” degli operatori stranieri. Eminenti liberal liberisti (provate a googlarli, ma chi sono? quelli che si oppongono ai monarchici???) invocano il protezionismo.

Ma l’Agenda di Lisbona? Lettera morta?

“Il Consiglio europeo della primavera 2006 ha riconosciuto che il bilancio del processo lanciato a Lisbona sei anni prima non è entusiasmante. Esso ha quindi deciso di affrontare il problema del tasso elevato di disoccupazione che caratterizza ancora molti Stati membri e di ricentrare le priorità dell’UE sulla crescita e sull’occupazione. Per accrescere la produttività delle sue economie e rafforzare la coesione sociale, l’Europa deve continuare a puntare principalmente sul miglioramento dei risultati economici, sull’innovazione e sulla valorizzazione delle competenze del suo capitale umano.

Su iniziativa del Presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, gli Stati membri dell’UE hanno pertanto deciso di:

  • potenziare gli investimenti destinati alla ricerca e all’innovazione;
  • accrescere il ruolo di coordinamento della Commissione europea presso gli Stati membri, grazie soprattutto alla diffusione delle buone pratiche in Europa;
  • accelerare le riforme dei mercati finanziari e dei sistemi di sicurezza sociale e la liberalizzazione delle telecomunicazioni e del settore energetico.”

Quindi facendo due calcoli, poichè non ci sembra avere avuto notizia di un potenziamento degli investimenti destinati alla ricerca e all’innovazione, ma bensì di un depotenziamento, hanno deciso di ridurre la disoccupazione potenziando il tessile? Ho capito bene? O dobbiamo tornare a zappare?

La terra è bassa ma dà soddisfazioni…anche personaggi illustri vi si son dedicati…voi saputoni…

Ma comunque si può sempre fare MAL COMUNE MEZZO GAUDIO. Nel breve periodo. Forse nel lungo saremo tutti morti come diceva Keynes. O smilzi con la zappa.

E infatti la Big Science, l’innovazione e la ricerca, non sono certamente in crisi solo qua in Italia, ma pure oltreoceano dove la si dava sempre in forma. Qui si dice che:

[...] Se un’impresa mette sul mercato una caramella sapremo molto presto se la gente l’apprezza o meno. Nella ricerca scientifica il valore di un’idea (o di un programma di ricerca) sta nel fatto se essa porterà ad un progresso. Il progresso può essere necessariamente non solo un’applicazione ma anche semplicemente crescita di conoscenza e comprensione. Sviluppare un’idea e giudicarne il valore è un processo complicato che richiede tempo e lo stesso giudizio è uno dei principali compiti degli scienziati. Può richiedere decenni sapere se un programma di ricerca è stato pienamente sviluppato e capire se l’idea ha molto valore. Nel mondo accademico si discute ancora di cose scritte secoli fa. [...]

Non c’è altro modo di giudicare sulle potenzialità di una direzione di ricerca che il giudizio degli altri scienziati. E questa è la più grande differenza tra l’economia di mercato e la ricerca scientifica: giudicare sul valore di una ricerca richiede un’educazione nel campo e una conoscenza esperta. Gli scienziati sono venditori e compratori allo stesso tempo. Determinano l’offerta e creano la domanda. Fino a che un’idea è sufficientemente sviluppata e testata sperimentalmente abbiamo solo noi stessi [gli scienziati] per giudicare.

Per questo il sistema accademico è estremamente fragile e incline ad essere sostanzialmente distorto quando sotto pressione esterna che influenza gli interessi dei ricercatori. E’ per questo che tradizionalmente la torre d’avorio era stata pensata per proteggere gli scienziati.

La torre d’avorio è adesso una parola usata abbastanza cinicamente per descrivere l’accademico distaccato che non sa quello che la gente fa nella vita reale. Ma l’intenzione di questo distacco era per rendere gli scienziati indipendenti dall’influenza finanziaria, politica e sociale. Questa indipendenza è cruciale, e non è facile da ottenere. Un giudizio obiettivo e razionale è essenziale alla scienza e non è semplice nè ad un livello personale che ad un livello pubblico. L’unico modo affinchè i micro-interessi dei ricercatori possano essere obiettivi e loro stessi il più possibile ben informati in modo da portare ad un risultato desiderato è assicurare ai ricercatori un giudizio indipendente, non condizionato dai finanziamenti e da ciò che la moda e i media dicono. [...]

Peer pressure: Gli scienziati cercano attenzione e apprezzamento da parte dei colleghi, ciò apre la porta a problemi sociali da considerare e che necessitano di essere gestiti fornendo [altri] incentivi o assicurando un management più appropriato. Specialmente nei campi più specialistici c’è la tendenza a valutare male i possibili difetti del proprio campo di ricerca, e di evitare le critiche degli out-group members (questo è un fenomeno ben noto in sociologia). Inoltre gli scienziati possono esitare a lavorare su problematiche che potrebbero danneggiare la loro reputazione, preferendo ambiti che i loro pari considerano interessanti e creando così delle mode, con il rischio che molto tempo venga impiegato nel migliorare i contatti sociali invece di essere investito nella ricerca stessa.

Public attention: Gli scienziati sono parte della società in cui vivono e sono influenzati da ciò che è discusso dalla gente. Non è sorprendente che i ricercatori lavorino su problematiche che danno attenzione e che sono apprezzate dal pubblico, e ciò non è necessariamente negativo. Tuttavia questo delega spesso troppa influenza ai mass media e ai giornalisti. In un post recente ho menzionato una ricerca attestante che il 46% di tutti gli scienziati considerano i contatti con i media importanti per la loro carriera.

Alla faccia del public understanding of science, qualcuno direbbe, ma non troppo.

I punti sopracitati spingono gli scienziati a sviluppare strategie che garantiscono la possibilità di sopravvivere all’interno del sistema accademico. Ciò è specialmente vero in ambienti dove la pressione competitiva è alta e la selezione molto veloce. [...] [Ciò] produce la tendenza a scartare o ad ignorare nuovi approcci. Questo non è un problema derivante dall’azione delle agenzie di finanziamento che nella mia impressione sembrano essere consapevoli dell’importanza della ‘transformative research’ [ricerca che ha la capacità di rivoluzionare i campi esistenti, creare nuove specializzazioni, portare a cambiamenti di paradigma scientifici, supportare la scoperta e dare vita a nuove tecnologie avanzate], ma sembra invece dipendere dai ricercatori che sono preoccupati di sprecare tempo e/o denaro in approcci che non produceranno risultati per molti anni. I 5-10 anni nei quali un programma di ricerca necessita pieno supporto per essere completamente sviluppato non sono spesso disponibili.

L’autrice poi prova a suggerire dei rimedi per migliorare la situazione sopra illustrata, ma credo che ne parlerò nel prossimo post. Sperando che siano effettivi ci sono altre persone che sono preoccupate. E se lo dice Aldrin

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Nicheli-Brega