Prendendo le mosse dall’input di Vittorio innescato con il post La scienza si rinnova davvero, ho letto l’articolo correlato e relativi commenti. Come forse si poteva preventivare ci sono pareri contrastanti, anche se ci sembra essere una prevalenza di opinioni inclini a sostenere che la scienza nel web 2.0 avrebbe trovato uno strumento più efficace e veloce sia per quanto riguarda la comunicazione, lo scambio e il controllo dei dati e sia per l’aspetto organizzativo del lavoro scientifico.

C’è ad esempio Richaa che racconta di aver abbandonato un dottorato in fisica per la cultura “isolazionista” dell’ambiente dove lavorava. Un suo collega ha ipotizzato che forse “aveva troppi altri interessi” per svolgere la ricerca in fisica, la quale a parer suo necessiterebbe di essere molto più “focalizzati” sull’argomento. Richaa riconosce l’utiltà anche di essere “focalizzati”, ma nella giusta misura in modo da non pregiudicare una comprensione più “organica” e completa del mondo. Spesso - dice- questa focalizzazione è ottenuta creando barriere artificiali che escludono outsiders di altre discipline dal partecipare attivamente alla discussione nei vari campi scientifici e che separano nettamente l’indagine scientifica dalla nostra vita e dalle nostre esperienze quotidiane. I più grandi scienziati nella storia - continua - sono stati quelli che non hanno “compartimentalizzato” il loro interesse solo verso una particolare disciplina scientifica, ma coloro che hanno avuto un approccio interdisciplinare nella loro indagine, quindi si augura che le tecnologie del web 2.0 aiutino in questo senso: ad attenuare questo presunto isolazionismo di certi settori della comunità scientifica e a garantire un carattere più interdisciplinare alla discussione e all’indagine scientifica.

thinkmine, specializzato in ricerca bioinformatica da 10 anni, invece racconta la sua esperienza forse inaspettata e anche divertente se vogliamo. Dice che bisogna capire che molti scienziati ancora attivi e rispettabili non sono cresciuti giocando con le console della Nintendo o dell’Atari come quelli delle generazioni più recenti. Mentre stava svolgendo la sua ricerca ad Harvard si è imbattuto in professori che solo recentemente (2-3 anni fa) hanno imparato a mandare e-mail e che ancora scrivono i loro documenti a mano, e una volta gli è stato chiesto di come “i virus infettino i computer” come se pensassero che tossendo sui pc questi si sarebbero ammalati. Quindi il vero problema a suo giudizio non sta nei mezzi utilizzati, ma nell’attuale cultura e management della ricerca scientifica che obbligherebbe a rispettare degli standard troppo rigidi per ottenere i finanziamenti alla ricerca. Si dichiara molto d’accordo con le parole del precedente amministratore delegato dell’Intel, Andrew Grove, il quale ha sostenuto che “il sistema del peer review nel determinare l’assegnazione dei finanziamenti e l’avanzamento nella carriera accademica comporterebbe una certa conformità di pensiero e valori e sarebbe un moderno surrogato delle corporazioni medievali. Non c’è posto per chi vuole andare in direzioni differenti e il risultato è più conformità e meno innovazione. Ciò che servirebbe è una rivoluzione culturale nella ricerca accademica e non, anche se questo può essere solo implementato partendo con azioni dall’alto”. A conferma di ciò il nostro bioinformatico cita l’esempio della carriera nella ricerca sul cancro, la quale sarebbe pagata metà di chi invece sviluppa tecnologie web 2.0 standard, determinando così la scarsa appetibilità del primo tipo di carriera.

L’istinto di wilbank invece gli detta che “blog and wikis sono l’equivalente digitale delle conversazioni informali che si tengono durante le conferenze o in laboratorio, ma ancora difficilmente rimpiazzerano i giornali scientifici. Non si guadagnano crediti per fare delle semplici affermazioni prima di averle realmente provate altrimenti si potrebbe costruire un generatore di affermazioni casuali e aspettare prima o poi di ricevere un Nobel. Wikis e blog sono molto utili per la didattica delle tecniche e del metodo, ma non sono ancora il posto dove si determinerebbe l’avanzamento di una carriera, a meno che la tua carriera sia quella di blogger. L’articolo di Scientific American a suo giudizio inoltre tratterebbe solo poi essenzialmente del carattere non-digitale di molta scienza. Nelle scienze naturali la ricerca dipende spesso dall’accesso a strumenti e macchine fisiche, materiali, ed avere solo un blog costituirebbe un insufficiente elemento sostitutivo di tale strumentazione”.

Questo per dare una parziale panoramica su alcuni punti di vista significativi sull’argomento, e secondo il mio personalissimo parere, il web 2.0 può comunque contribuire molto a presentare la scienza in un modo più appetibile e voglio fornire un esempio:

Qui Einstein parla in inglese con uno spiccato accento teutonico della sua famosissima formula in un contributo dell’epoca. Subito a seguire nei video correlati ne trovo uno sulla Conferenza di Solvay nel 1922, alla quale parteciparono quasi tutti i massimi fisici del secolo scorso. Quello che mi ha colpito è l’atmosfera conviviale e giocosa con tanto di smorfie in cui avveniva questo evento dove si confrontavano anche paradigmi scientifici diversi. Sicuramente distante anni luce dal voler bypassare istericamente a tutti i costi alcune posizioni dogmatiche e di dubbia valenza scientifica nelle sedi sbagliate (ogni riferimento alla recentissima attualità è puramente volontario).

Il video è diffuso da FreeScienceLectures, il quale ha deciso di mettere su un personale sito dove vengono raccolti e diffusi contributi didattici e non sulla scienza. Contributi che sono già distribuiti in modo gratuito da parte di molte università, ma che ancora, a suo giudizio non hanno grandissima visibilità. Qui ho trovato un video molto interessante di Richard Feynman, premio nobel per la Fisica nel 1965, che parla del senso estetico nella scienza. E’ del 1981 e l’intervista è anche l’argomento principale del suo libro The Pleasure of Finding Things Out.

«Ho un amico che è un artista e certe volte ha delle opinioni che non condivido molto. Porta un fiore e dice - Guarda come è bello - e io mi sento di essere in accordo. Poi continua - Io come artista posso vedere quant’è bello, ma te come scienziato, travisi e tutto questo diventa una cosa tediosa - e io penso che il mio amico sia un pò scemo. Prima di tutto, la bellezza che vede lui penso che sia alla portata mia e di altra gente, credo, anche se posso non essere abbastanza raffinato nel capire l’estetica come lo è lui. Ma io posso apprezzare la bellezza di un fiore. Allo stesso tempo posso vedere molte più cose di lui riguardo lo stesso fiore. Posso immaginare le sue cellule e anche le sue complicate dinamiche interne hanno una loro bellezza. Insomma quello che voglio dire è che non è solo bellezza a questa dimensione di un centimetro: c’è anche bellezza considerando dimensioni più piccole, la struttura interna…anche i relativi processi. Lo stesso fatto che i colori nei fiori sono evoluti in ordine di attrarre insetti per la pollinazione è interessante, significa che gli insetti possono vedere i colori. Ciò fa sorgere un’ulteriore domanda: se il senso estetico esiste nelle forme più piccole, se si può parlare di estetica in questo caso, tutti i tipi di domande interessanti che la conoscenza scientifica aggiunge all’eccitazione, al mistero e all’ammirazione che suscita un fiore. Aggiunge, perchè non capisco come possa sottrarre.»

(Anche) Questo è Scienza 2.0. Rimanete con noi non cambiate canale (Piccinini m’ha subliminato, mi padre se sta a vedè Controcampo de là).

BONUS VIDEO

Vai professore pazzo!!!! Faccè sognà!!!!