emmer.jpgA inizio ottobre, a Trieste, abbiamo organizzato con Emilia Mezzetti la presentazione del libro “Visibili armonie” che Michele Emmer ha pubblicato con Bollati Boringhieri. È un libro che ha tutte le carte per mostrare che la matematica è nella cultura, è della cultura; che non le sta a fianco, e ovviamente non le sta un passo indietro, ma che ne è parte importante e essenziale. Ed è uno spaccato delle arti “visibili” soprattutto nel Novecento: dall’architettura, al cinema, alla pittura. Ci racconti com’è nato questo libro? Cosa deve aspettarsi un lettore che lo apre? Quale rapporto vedi tu tra matematica e arti?

Il libro “Visibili armonie” nasce da lontano, da quando nel 1976 sono successe due cose precise. Come matematico lavoravo sulle superfici minime o bolle di sapone. Ho visto un articolo sul “ Scientific American” con belle foto di lamine scritto da Jean Taylor e Fred Almgren che poi quell’anno sono venuti all’università di Trento dove stavo io. Siamo diventati amici e abbiamo deciso di realizzare un film sulle lamine. Qualche tempo dopo ho visitato la mostra antologica delle opere di Max Bill. Anche con lui siamo diventati amici e abbiamo deciso di realizzare un film sul nastro di Moebius. Non volevo fare dei film né divulgativi né storici, ma dei veri film, facendo vedere i legami tra matematica e arte. Da allora i miei film continuano a essere diffusi e mi hanno anche dedicato delle retrospettive in festival del cinema: Bergamo, Bellaria, Film Studio Roma, La Villette Parigi. Poi sono venute le collaborazioni con diverse istituzioni come La Biennale di Venezia, e nel 1989 è nato il progetto “Occhio di Horus”, per realizzare una grande mostra itinerante. E contemporaneamente abbiamo organizzato la prima grande mostra di Escher in Italia a Roma nel 1986. E da lì a poco partivano due importanti progetti culturali: il progetto “The Visual Mind” con la MIT Press nel 1993; e il progetto “Matematica e cultura” nel 1996.

Insomma una lunga marcia che continua ancora di cui il libro è una parte importante, influenzata in modo essenziale da mio padre Luciano e dai suoi film d’arte.

Il mio libro non è né storico né divulgativo né un saggio. È un racconto per immagini di tutto quello che ho incontrato in 30 anni; è un racconto di viaggio tra matematica, arte, cinema e architettura con una grande cura alla scrittura. Un libro personale ma allo stesso tempo un libro di riferimento, un libro colto ma anche divertente, con un apparato bibliografico e critico molto importante, anche se non appesantisce per nulla la lettura. E le immagini, essenziali, a partire da quelle di Mimmo Paladino …

Si parla dei rapporti tra matematica e arte, di alcuni momenti, soprattutto delle avanguardie artistiche del Novecento, del cammino alle volte parallelo, alle volte lontano tra le arti e la matematica. Con una lettura che spero sia anche un scoperta. Una piacevole sorpresa.

Michele Emmer è anche da molti anni l’ideatore e l’animatore della serie d’incontri “Matematica e cultura” che si tiene a Venezia e i cui atti vengono pubblicati da Springer Italia. Intorno agli incontri si è ormai formata una comunità di persone dalle formazione e dalle culture più varie che dialogano e si mettono in relazione. Come è cambiato l’ambiente culturale dalla prima edizione a oggi? Vi eravate dati una missione iniziale che avete (o non avete) conseguito? Si può dire che la matematica è più presente sui media italiani, ma non solo?

L’idea di “Matematica e cultura” nasce nel 1996. Ne parlavo con mia moglie Valeria. Gli incontri nascono anche per un motivo molto personale. Nel 1996 Valeria seppe che aveva un tumore di quelli che non lasciano speranze, era anatomopatologa. Abbiamo deciso che avremmo vissuto la vita nostra e dei figli nel modo migliore. Io sono venuto via dall’Università di Venezia, dove volevamo vivere. Ma abbiamo pensato, mentre eravamo a Torino dove Valeria era curata, di avere dei “motivi” per tornare a Venezia. Abbiamo pensato a un convegno, sui legami tra la matematica e l’arte e la cultura. Insieme con i nostri tanti amici artisti di Venezia. Valeria non verrà mai a Venezia e morirà nel 1998. Il migliore libro che io abbia mai scritto è senz’altro quello che ho scritto sulla sua e nostra storia “Lo specchio della felicita’” (Ponte alle Grazie, 2000). Un libro che parla anche dell’oggi, sull’amore e sulla morte, su questa società e sulle sue assurdità. Un libro fortunatamente introvabile. I silenzi alle volte, contano molto di più …

Fui molto sorpreso quando alla prima edizione del convegno nel 1997 vennero 500 persone. Poi un poco alla volta capii quanto era importante che prendessi da solo le decisioni, con l’aiuto di tanti amici. E si è creata una comunità di cui fanno parte 90 studenti ogni anno, che vengono da tutt’Italia e che sono un investimento per il futuro. Devono fare una selezione per venire a Venezia e chi resta fuori è molto rammaricato. Un convegno unico, che si svolge in un luogo unico, irripetibile. Con un gruppo di grandi amici, molti veneziani, che fanno sì che tutto funzioni. E allora ecco gli straordinari libri d’arte realizzati ogni anno, le mostre, gli spettacoli, gli incontri, i concerti. Uno di coloro che ha partecipato due volte con musiche sue, Claudio Ambrosini, ha vinto il Leone d’oro per la musica contemporanea ai primi di ottobre 2007 a Venezia. Con un ritmo serrato, continuo, con incontri che sono rimasti memorabili e intuizioni divertenti, tipo la festa delle bolle con 200 persone l’ultimo marzo. È un bel progetto molto ben riuscito ed è stato da stimolo (si fa per dire) a tante altre iniziative che non potranno mai essere come quella di Venezia, per il luogo, per le persone che lo organizzano, per quelli che partecipano. Soprattutto per lo spirito che le anima. Il solo piacere di ritrovarsi a parlare di matematica e altro. E così anche i libri pubblicati in italiano e in inglese dalla Springer, quasi introvabili.

Si parla di matematica sui giornali, anche troppo. I matematici, alcuni, sono visti come oracoli che devono dispensare il loro sapere. Dimenticando di mettersi sempre in discussione e di non prendersi troppo sul serio come depositari della “verità”. Certo è un bene che se ne parli di più, si pone ora il problema di parlarne meglio. Porre domande più che fornire risposte preconfezionate.