Comunicare la scienza 2010

dicembre 24th, 2009 by chiara

Sono ancora aperte le iscrizioni all’edizione 2010 del corso di specializzazione in divulgazione scientifica “Comunicare la scienza”.

Il corso, che si terrà a Torino nel periodo gennaio – giugno 2010, è rivolto a laureati e laureandi di facoltà scientifiche, tecnologiche, umanistiche e sociali, e prepara gli allievi ad operare nei settori del giornalismo scientifico, dell’editoria scientifica e della museologia.

Tra i docenti: Piero Bianucci (La Stampa), Francesca Garbarini (Bollati Boringhieri), Michele Luzzatto (Einaudi), Enrico Camanni (Piemonte Parchi), Luca Mercalli (SMI), Vito Tartamella (Focus), Elisabetta Tola (Formica Blu, Radio3 Scienza), Pino Zappalà (Extramuseum).

Chiusura delle iscrizioni: 27 gennaio 2010

Il programma dettagliato, l’elenco completo dei docenti e le informazioni pratiche sulla preiscrizione e sullo svolgimento del corso si possono trovare alla pagina:

http://www.ilrasoiodioccam.it

oppure scrivendo all’indirizzo:

info@ilrasoiodioccam.it

Vela per caso, scienza per passione

giugno 10th, 2008 by chiara

Dopo il corso di comunicazione della scienza de “Il Rasoio di Occam” bisognava inventarsi un tirocinio.
Io mi sono inventata una collaborazione con i “Velisti per caso”, sulla barca che spesso si è vista su RaiTre con Patrizio Roversi e Syusy Blady. Cosa c’entrerà mai con la scienza, direte voi: eppure c’entra.
Adriatica è stata la protagonista di un bellissimo progetto raccontato in TV la scorsa estate, in alcune puntate dal titolo “Evoluti per caso”. Ha ripercorso la rotta del Beagle, il brigantino su cui Darwin compì il mitico viaggio che diede lo spunto per “L’origine delle specie”. Con il suo equipaggio hanno viaggiato professori universitari, ricercatori e studenti, allo scopo di fare ricerca e raccontare un po’di scienza, soprattutto parlando di evoluzionismo, tanto bistrattato negli ultimi tempi.
Scienza e avventura, vela e natura: un sogno per chi si è laureato con l’idea di stare fuori da laboratori e uffici.
Così, in occasione di una conferenza, ho chiesto a Roversi se potevo fare il famigerato tirocinio con loro e la possibilità di imbarcarsi è saltata fuori davvero.
Ora eccomi qui: dopo un mese a bordo di Adriatica, passato a occuparmi di “Fisica in barca”.
Circumnavigando l’Italia da Trieste a La Spezia, Adriatica si è fermata di porto in porto, dove professori universitari e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) hanno tenuto lezioni per gli studenti delle scuole superiori. I ragazzi poi salivano a bordo, per capire dal vero come andando a vela si applichino i principi fisici, tanto astratti sui banchi di scuola!
Il mio ruolo è stato decisamente vario; ho seguito i seminari, scritto articoli per il sito www.velistipercaso.it, dato una mano nella logistica delle varie tappe, fatto da tramite fra l’equipaggio e gli organizzatori a terra, improvvisato lezioni a bordo…mi è persino capitato di intervistare un premio Nobel: Paul Crutzen, che ha scoperto il buco nell’ozono. Buffo che, insicura del mio inglese, io abbia sciorinato la mia domanda in francese -convinta dalla biografia che lo parlasse correntemente- per sentirmi rispondere uno stupito «Sorry, I don’t understand».
Gaffes a parte, ho finito persino con l’appassionarmi ai neutrini, chiedendo sempre nuove delucidazioni ad ogni fisico che incontravo!
La “Fisica in barca” è stata un’avventura entusiasmante, dal punto di vista scientifico ed umano: fra scienziati appassionati e ragazzini pieni di entusiasmo, momenti di navigazione emozionanti e scoperte nuove ad ogni seminario.
Vedere la scienza da una barca è sicuramente un punto di vista insolito.
Certo, non sarà questo a risolvere la crisi delle vocazioni scientifiche ne’la penuria di informazione scientifica corretta, ma è una strada delle tante possibili.
E’ stato “solo” un tirocinio, dopo il quale ancora tutto è incerto. Ma ho visto persone che tengono viva la scienza, pur con tutte le difficoltà economiche che questo comporta nella nostra nazione. Ho visto scienziati scendere dalle loro cattedre e mettersi in gioco fra i giovani. Ho visto spiegare la fisica con un secchio ed un cucchiaio. Ho sentito di ricercatori che portano gli studenti al Cern, a costruire rilevatori di raggi cosmici da installare sui tetti delle loro scuole. Mi hanno parlato di strumenti costruiti per “ascoltare”, dal fondo del mare, neutrini e muoni ma che registrano anche i suoni di capodogli e delfini…
Quello della scienza è un mondo straordinario, che vale la pena di raccontare sempre, con la massima correttezza e tanto entusiasmo.

Ilaria Selvaggio

Timothy Treadwell: the grizzly man

aprile 24th, 2008 by chiara

Noleggiatelo, acquistatelo, fatevelo prestare, se proprio dovete scaricatelo da Internet, ma non potete proprio perdervi questo bel film-documentario sulla vita enigmatica, drammatica, misteriosa ed estremamente libera di Timothy Treadwell, all’anagrafe Timothy Dexter, un giovane americano dai lunghi capelli biondi che un bel giorno della sua vita decise di andare in Alaska per vivere letteralmente in mezzo agli orsi grizzly.

 Il documentario è Grizzly Man del regista tedesco Werner Herzog. Viene narrata la storia di Tim, così lui amava farsi chiamare, con un’alternanza magistrale di materiale video girato da egli stesso sul campo con interviste realizzate da Herzog oggi ad amici, parenti e contestatori; egli riesce a porsi in maniera del tutto imparziale, raccogliendo commenti sia a favore che di condanna e cercando di mostrare ogni lato del suo poliedrico e complicato carattere.  Ma chi era veramente Timothy? Sarebbe difficile, quasi impossibile, descriverlo. Un naturalista? Non sicuramente come quelli classici. Un folle amante della natura selvaggia? Senza dubbio. Un ribelle depresso dalla personalità tanto fragile quanto caparbia. Dai filmati registrati, dalle sue stesse parole emerge un mal di vita generale che lo affliggeva e lo devastava interiormente, al punto che egli cominciò ad emarginarsi da quella società che non lo aveva accettato, anzi, che gli aveva promesso grandi cose e che poi non gliel’aveva mantenute. I genitori raccontano che Tim era una ragazzo tranquillo, pacato, lavorava in un ristorante, aveva la ragazza e viveva la sua vita in modo sereno; ma ad un certo punto le cose cambiarono, divenne irascibile, apatico, cominciò a frequentare brutte compagnie. Conobbe alcool e droga, rischiando più volte l’overdose.

Loro pensano che la causa di questo cambiamento possa essere stata la profonda delusione per non aver superato i provini per il ruolo di barista nella famosa sit-com americana Cheers (trasmessa in Italia con il nome Cin Cin); Tim fu la seconda scelta per il ruolo da protagonista e quindi venne scartato. Egli, allora, decise di rivoluzionare tutto, scelse di vivere una nuova vita e diventare un’altra persona, giusta e quasi un eroe per alcuni, un pazzo irresponsabile per altri.

E’ il 1990. Si trasferisce così in Alaska, nel Parco Nazionale del Katmai. Amante della natura fin da piccolo, comincia ad osservare e filmare i pericolosi orsi grizzly, da vicino, senza protezioni, avvicinandosi sempre di più fino ad accarezzarli e giocare con loro.  Forse la sua idea era semplicemente quella di passare un breve periodo della sua vita in quella terra solitaria dal sapore antico, un luogo dove la vita è sempre uguale da tempo immemore, per cercare di dimenticare gli episodi negativi e ricominciare daccapo. Ma poi, dopo la prima esperienza, decide di tornare e così per i tredici anni successivi. Col tempo la sua popolarità cresce, partecipa ai documentari di Discovery Channel, è ospite del Late Show di David Letterman e viene intervistato più volte dalla Nbc. Egli comincia a sfruttare la sua fama per raggiungere il pubblico più giovane, educando i ragazzi delle scuole degli Stati Uniti alla conoscenza della natura e non chiedendo mai un compenso per la sua attività di divulgazione. Fonda un’associazione per salvaguardare gli orsi, difenderli dai bracconieri e per farli conoscere ad un numero sempre maggiore di persone. Scrive anche un libro, “Among Grizzlies: Living with Wild Bears in Alaska“, descrivendo abitudini, tecniche di caccia, rapporti familiari e caratteristiche di questi possenti plantigradi. Egli documenta gran parte dei suoi incontri con una videocamera, a volte posta su un treppiede, a volte usata in presa diretta; filma maschi e femmine, piccoli ed adulti, in atteggiamenti sia mansueti che aggressivi, mentre pascolano, cacciano, combattono.

Il suo rapporto con gli orsi è totale: li chiama per nome, si mette al loro livello, cammina, dorme, mangia, vive in mezzo a loro.

 In quegli anni accumula più di 100 ore di filmati, alcuni di rara bellezza e quasi magici, come una sequenza (con il cursore posizionarsi a 3 minuti esatti dall’inizio del filmato) in cui c’è lui in primo piano, un grosso grizzly sullo sfondo e, come se sapessero di essere ripresi, una volpe, chiamata affettuosamente Spirit, ed il suo cucciolo mentre attraversano l’intera scena. Il tutto nel modo più naturale possibile.

I Rangers del parco, tuttavia, non rimangono indifferenti alla presenza di Timothy e, negli anni, lo multano varie volte: per aver fatto da guida a molti turisti senza autorizzazione, per non aver rimosso un generatore portatile nel suo campo base e soprattutto per alcuni comportamenti alquanto pericolosi come l’offerta diretta di cibo agli animali. Anche gli scienziati concordano sul rischio di tali atteggiamenti e, inoltre, condannano questa abitudine forzata alla presenza umana in quanto gli orsi potrebbero arrivare col tempo a non temere più l’uomo con grande pericolo per eventuali incontri futuri.

 Timothy continua incurante la sua battaglia o, semplicemente, la sua vita, a volte da solo, a volte in compagnia di qualche sua intima amica come Amie Huguenard, un’assistente medico. Fino al 6 Ottobre del 2003, quando il pilota Willy Fulton, partito per andare a recuperare i due ragazzi come ogni anno alla fine della stagione estiva, si ritrova di fronte una scena orribile: un orso accovacciato sui loro corpi senza vita, intento a mangiarne le carni. Sul posto accorrono subito le guardie armate di fucili, con l’intenzione di abbattere l’orso omicida. Qualche ora dopo uccidono un grande maschio ed un esemplare più giovane, entrambi tornati indietro probabilmente per finire il loro pasto. Sul luogo della tragedia, tra gli oggetti personali di Tim, viene ritrovata la videocamera con però il tappo di protezione inserito sulla lente; si scoprirà poi che sul nastro è rimasta impressa solo la registrazione audio dell’attacco, nessun’immagine, una testimonianza agghiacciante di sei minuti, sei lunghi minuti di confusione, paura, ferocia.

Urla di spavento, poi di terrore, infine silenzio.

Intorno alla sua morte ci sono parecchie considerazioni attenuanti, una serie di sfortunate circostanze: il ritardo sulla data solita di partenza, la vicinanza del campo vicino ad un ruscello usato dai salmoni per la risalita, la scarsità di cibo e, di conseguenza, la maggiore aggressività degli orsi in quel periodo. Per alcuni, invece, la sua scomparsa è la naturale conseguenza dei suoi metodi. E’ comunque incredibile che un uomo possa aver vissuto ben tredici estati della sua esistenza da solo, o talvolta in compagnia di qualche fidanzata, completamente circondato dagli orsi grizzly, rigorosamente disarmato, sempre sul confine tra realtà e follia. Treadwell cercava di vedere nella natura solo il bene, solo l’armonia; sembrava ostinarsi a non voler accettare che la natura, come invece dice Herzog, è “caos, conflitto e morte” e non armonia. Si potrebbe dire che in natura in realtà c’è un’armonia, ma la conflittualità e la lotta per la sopravvivenza sono alla base dei cicli naturali di quel sistema complesso dove ogni elemento interagisce con un altro fino a formare una specie di “ordine”. Di sicuro però egli non era un ingenuo e riconosce di essere costantemente in pericolo, di correre il rischio di venire sbranato dagli orsi e lo dice ad alta voce in più occasioni nei filmati :<<Io rischio la morte, ma gli orsi non mi faranno del male perché io so come farmi rispettare>>. Oppure, nelle ultime sequenze da lui girate (se si escludono i famosi sei minuti di solo audio) risalenti a solo qualche ora prima della morte, ammette: <<Questa volta ho scelto di accamparmi in un punto particolarmente pericoloso>>.

Questo era Tim. Caschetto di capelli biondi, bandana e un modo di parlare un po’ esagitato un po’ spiritoso. Un ragazzo alla disperata ricerca di  sé stesso che aveva provato a cercare delle risposte negli orsi grizzly, provando a diventare uno di loro, forse addirittura convincendosi di essere uno di loro, provando a vincere la paura atavica di essere uccisi con un coraggio ai limiti della pazzia.

Paolo Degiovanni
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Il mistero di Coral Castle

marzo 27th, 2008 by chiara

Quando si parla della Florida di solito balzano alla mente le grandi paludi delle Everglades, DisneyWorld ad Orlando, Miami e le sue spiagge o la mitica base della Nasa a Cape Canaveral. Homestead, cittadina di 50.000 abitanti situata nella punta meridionale della Florida, non è forse altrettanto famosa, ma sta diventando lentamente un simbolo per le migliaia di turisti che quotidianamente visitano il “Coral Castle“, chiamato in origine Rock Gate Park.

Si tratta di un complesso megalitico costituito da numerose pietre locali,  chiamate Coral Stone, lavorate, modellate e posizionate all’interno di uno splendido giardino. A vederle sono impressionanti, maestose ed affascinanti: ci sono le meridiane di roccia per il calcolo del tempo, la “fontana della Luna”, pesante 23 tonnellate, che rappresenta le fasi lunari, un’enorme sedia a dondolo, un foro su di un obelisco perfettamente allineato con la stella polare del peso di 30 tonnellate e la “Tavola di San Valentino“, un gigantesco tavolo a forma di cuore con una sempreverde nel suo centro.Ancora più impressionante è che l’unico artefice di tutto questo complesso megalitico è stato un uomo solo, il lettone Edward Leedskalnin,  alto appena un metro e 39 cm e pesante solo 52 Kg. Egli non lavorò per denaro o per diventare famoso, ma solo per amore. Infatti, all’età di 26 anni, Edward venne lasciato dalla fidanzata sedicenne Agnes il giorno prima delle nozze. In seguito alla profonda delusione provocata dalla sua “Sweet sixteen”, egli cominciò a maturare l’idea di costruire un castello per fare colpo sull’amata perduta e, dopo vari viaggi per l’Europa, il Canada e gli Stati Uniti, giunse in Florida nel 1918 dove la tubercolosi lo costrinse a fermarsi.

Qui ebbe inizio la messa in opera del suo progetto che proseguì fino al 1936 quando, per motivi che rimangono tutt’ora oscuri, acquistò dieci acri di terreno nella località odierna di Homestead, a circa 16 Km di distanza, dove incominciò a trasferire tutto il lavoro quasi ventennale. Misteriose sono anche le tecniche ed i sistemi utilizzati da Edward per poter erigere, spostare e collocare da solo, a volte uno sopra l’altro, gli enormi blocchi di pietra; in fotografie dell’epoca si possono riconoscere strumenti alquanto comuni, come carrucole, argani e paranchi, ma alcuni  ingegneri e fisici li hanno messi fortemente in discussione in quanto, secondo i loro calcoli, non avrebbero potuto sopportare il peso dei blocchi più grandi, specie se in movimento. A condire di mistero il tutto, c’è il fatto che Edward lavorò sempre senza alcun aiutante, di notte, da mezzanotte all’alba, e lo fece tutte le notti, senza pausa, per ben 28 anni.

Quali furono allora le tecniche utilizzate per compiere tale opera? Sono stati trovati reperti tanto interessanti quanto enigmatici nel laboratorio personale di Edward: bottiglie avvolte con del semplice filo di rame, sintonizzatori radio, ruote dentate impilate come una sorta di catalizzatore di energia. L’idea proposta da alcuni studiosi, non riconosciuta dalla scienza ufficiale, è che tutta la materia abbia delle proprietà magnetiche intrinseche e che, dopo essere stata avvolta con del filo di rame, basti mandare il giusto impulso radio per annullare la sua gravità e poterla così ruotare e spostare nello spazio. Inoltre, conoscendo le griglie del campo magnetico terrestre, Edward potrebbe avere sfruttato le linee di passaggio magnetico sia per piccoli trasporti che per imponenti traslochi, ad esempio quando spostò letteralmente la parte di castello iniziata a Florida City e, proseguendo lungo una linea predefinita, la ricollocò nella sede attuale di Homestead. Un’altra conferma del possibile utilizzo di questa forma di energia sarebbe da ricercare nell’amicizia nata in quegli anni con il fisico ed ingegnere serbo naturalizzato statunitense Nikola Tesla, uno dei più grandi scienziati del secolo scorso, famoso soprattutto per i numerosi  contributi nel campo dell’elettromagnetismo; un aiuto reciproco potrebbe così avere dato modo ad Edward di portare a termine la sua tanto folle quanto romantica idea?

Edward Leedskalnin morì al Jackson Memorial Hospital di Miami il 7 dicembre del 1951, in seguito ad un tumore allo stomaco. Prima di andare all’ospedale, incise su di una pietra la frase “Going to the hospital” per giustificare la sua assenza, ma non fece più ritorno a casa. Gli amici più stretti hanno dichiarato che poco tempo prima di sentirsi ammalato, Edward promise loro che presto avrebbe rivelato alcune delle tecniche segrete ed il funzionamento di certi “particolari” strumenti.Per il momento possiamo solo fare delle supposizioni su quello che avrebbe potuto svelare,  ma resta il fatto che Coral Castle sta diventando una vera attrazione turistica; nel 1984, il Dipartimento degli Interni degli Stati Uniti d’America ha infatti collocato il sito nella lista degli “Historic Places” mentre il cantante Billy Idol ha scritto la canzone Sweet Sixteen (in ricordo della sedicenne Agnes Scuff) e ha girato il video mentre passeggia nel giardino del castello.

Per chi si trovasse in Florida e “per caso” volesse fare un giro…… 

Paolo Degiovanni

Te lo dico con parole tue (recensione)

marzo 13th, 2008 by chiara

“Dillo con parole tue” è una frase che spesso sentiamo come invito a essere più chiari. E chiaro, ma sempre molto elegante, è l’ultimo libro di Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue, edito da Zanichelli nella collana Chiavi di Lettura. Il noto giornalista e divulgatore scientifico fornisce ai lettori un prezioso vademecum per imparare a scrivere di scienza. Ma non solo.

Bianucci incuriosisce dalla prima pagina e subito mostra di rivolgersi a tutti, aspiranti giornalisti e studenti di scuole superiori, ricercatori e docenti, dirigenti, amministratori e politici. Essere un comunicatore efficace oggi è quanto mai difficile e sempre più necessario, per migliorare «la qualità della vita nostra e altrui». Ecco perché diventano indispensabili maestri e letture di riferimento. E quello che fa Bianucci in questo testo è proprio raccogliere in modo preciso e mai pedante regole, esempi ed esercizi di comunicazione della scienza. Non mancano le ricette per comunicare, corredate da quel pizzico di grammatica che non guasta, anzi esalta il sapore della comunicazione.

Chi inizierà la lettura di queste pagine non si sentirà soltanto parte della redazione di un quotidiano, impegnato ad affrontare gli ostacoli di sempre tra comunicabilità della notizia scientifica (e non) e ricerca delle fonti più attendibili. Incontrerà i grandi di un tempo, da Manzoni a Fenoglio e li ascolterà cominciare e finire il loro racconti. Li affiancano capolavori e scivoloni di giornalisti autorevoli, cronache di scoperte scientifiche e racconti di grandi “bufale” della scienza, dalla “memoria” dell’acqua alla clonazione di cellule staminali umane. Senza trascurare discorsi di filosofia e sociologia della scienza che oggi più che mai sono fondamentali per un buon comunicatore.

Il manuale si articola in sette capitoli e la loro struttura a paragrafi brevi, idea per idea, rende la lettura molto agile. Come ricorda l’autore, il risultato finale di un buon articolo di divulgazione scientifica, ben strutturato e documentato, darà «un’impressione di agilità, velocità e coerenza».

Della divulgazione scientifica ci sono almeno due modelli: comunicazione come traduzione e spettro continuo. Il primo definisce il buon divulgatore scientifico come chi “traduce dall’italiano all’italiano”, per usare parole di Piero Angela, che ha dedicato la maggior parte della sua vita alla diffusione della cultura scientifica. Il secondo considera la divulgazione scientifica come una serie continua di cinque livelli, da quello intra-specialistico a quello popolare, come ha proposto il sociologo della scienza Massimiano Bucchi. E poi c’è il terzo modello che propone Bianucci e rappresenta l’essenza del suo manuale: «la divulgazione come atto creativo: un atto che – sia pure con modestia e cautela – aggiunge qualcosa alla scienza che spiega». Il buon divulgatore saprà individuare il suo destinatario e gli racconterà il metodo scientifico che sta alla base di una scoperta, con l’uso di metafore e analogie alla vita quotidiana, in modo piacevole e leggibile, insieme con la dose di nozioni del retroterra sufficiente a contestualizzare la notizia. Ecco come la buona divulgazione, sottolinea Bianucci, ha la dignità di un genere di scrittura a sé stante, molto diverso dalla semplice comunicazione tecnica. Le parole di Žukovskij citate dall’autore riassumono bene questo concetto: ciò che si scrive con fatica, si legge con facilità.

Un commento speciale merita infine l’ironica “avvertenza” che il lettore troverà al fondo dell’indice. La buona divulgazione può efficacemente diffondere notizie sbagliate. Ed è forse questo il valore aggiunto di Te lo dico con parole tue. La speranza che anche in ambiti diversi dalla scienza, specialmente nei comportamenti sociali e in politica, si applichi un metodo analogo al metodo scientifico, che «in un certo senso è la carta costituzionale della Ragione».

Marta Corno

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Te lo dico con parole tue

La scienza di scrivere per farsi capire

Piero Bianucci

Chiavi di lettura Zanichelli, 2008

pp. 204, € 9,80

Il protozoo che manipola la mente

dicembre 27th, 2007 by chiara

I ratti vedono il mondo come un posto pericoloso. Sono estremamente prudenti, evitano la luce e i luoghi aperti. Sono sospettosi riguardo ai cibi nuovi. L’odore di gatto li fa sparire. Per questo motivo è così difficile prenderli in trappola. A meno che non siano stati infettati da Toxoplasma gondii.

I ratti e i topi infettati da questo parassita unicellulare diventano più coraggiosi, smettono di temere l’odore del gatto, diventano più attivi e perdono la loro innata prudenza. Questo mutamento di comportamento è ormai stato appurato in numerosi esperimenti. Ad esempio, Robert Sapolsky e i suoi colleghi dell’Università di Stanford, hanno esaminato sia topi sia ratti, in un arena circolare. Ad un’estremità dell’arena hanno spruzzato orina di gatto e all’altra estremità orina di coniglio. Mentre i roditori sani, una volta avvertito l’odore di orina di gatto, si spaventavano ed evitavano quella zona dell’arena, i topi e i ratti infettati da T. gondii non presentavano segni di paura e anzi passavano più tempo nella zona che odorava di gatto rispetto all’altra. Non solo, ma mentre i topi e i ratti sani camminavano per lo più lungo le pareti dell’arena, i roditori infetti la attraversavano da una parte all’altra allo scoperto.

E facile immaginare come topi che si comportino in questo modo diventino facile preda per i gatti. E’ come se, modificando il comportamento dei suoi ospiti, T. gondii invitasse a pranzo i felini. Ma perché?

La risposta è nel ciclo vitale del protozoo. T. gondii è in grado di infettare tutti i mammiferi e molti uccelli, ma solo nei felini può riprodursi sessualmente. Gli ospiti ingeriscono gli oocisti del parassita (l’analogo delle uova) presenti nel terreno o nella carne di cui si cibano. Il parassita attraversa la parete dell’intestino e comincia a riprodursi in modo asessuato (per divisione cellulare). Sotto forma di tachizoiti, si diffonde velocemente nell’organismo ospite, il quale attiva il suo sistema immunitario e combatte l’infezione. Il parassita si rifugia in cisti inaccessibili alle difese immunitarie disseminate nei muscoli e nel cervello dell’ospite. Qui rimane al sicuro per il resto della vita dell’ospite. Nei felini, invece, T. gondii si stabilisce nell’intestino, dove si riproduce in modo sessuato (scambiando materiale genetico tra cellule diverse), producendo nuovi oocisti. Gli oocisti vengono rilasciati tramite le feci del felino nell’ambiente, dove resistono vitali per molti mesi, in attesa di infettare nuovi ospiti.

I felini, in particolare i gatti essendo i più diffusi, sono dunque il veicolo di diffusione di T.gondii. Ecco perché il parassita vuole entrare nei gatti. Dalla sua posizione strategica, incistato nel cervello di topi e ratti, manipola sottilmente i suoi ospiti in modo da renderli facile preda per i gatti, che divorandoli, ingeriscono il parassita.
E’ un meccanismo davvero affascinante. Un protozoo unicellulare riesce, come un burattinaio, a manipolare, per i suoi propri fini, il comportamento di un mammifero.

Si stima che circa metà della popolazione umana mondiale sia venuta a contatto con questo parassita. La probabilità di essere stati infettati aumenta nei possessori di gatti, in chi lavora a contatto col terreno o in chi consuma molta carne cruda. Finora T. gondii era conosciuto solo per essere la causa della toxoplasmosi, una patologia pericolosa per le donne in gravidanza e per gli immuno compromessi. Ma le nuove ricerche inducono un’inquietante domanda: T. gondii potrebbe avere qualche effetto anche sulla mente degli esseri umani? Dopotutto, dal punto di vista di un protozoo, il cervello di un topo e quello di un essere umano non sono molto diversi. Stessi neurotrasmettitori, stessi tipi cellulari. Anche se è improbabile che un essere umano possa essere preda di un gatto, i sistemi che T. gondii usa per controllare i roditori potrebbero avere qualche effetto collaterale sul cervello umano.

E’ quello che si sono chiesti Jaroslav Flegr e colleghi della Charles University di Praga. Per rispondere, hanno somministrato test psicologici ad un certo numero di volontari, suddivisi in due gruppi a seconda della sieropositività per T. gondii.

Il risultato è stato sorprendente. Esistono differenze piccole ma significative tra i due gruppi. Innanzitutto, l’infezione provoca effetti diversi a seconda del sesso. Gli uomini infetti hanno intelligenza inferiore, sono più dogmatici, hanno minor fiducia negli altri e tendono maggiormente a infrangere le regole. Sono più aggressivi e più gelosi. A differenza dei ratti, tendono a essere meno impulsivi. In contrasto, le donne infette da Toxoplasma, sono più passionali, disinibite, coscienziose, costanti, insicure e moralistiche. Tendono ad avere più amici e partner sessuali.

Prima che qualche donna cominci a pensare di contrarre volontariamente l’infezione per movimentare la sua vita, c’è da aggiungere che Flegr ha anche notato che le persone di entrambi i sessi infette da T. gondii hanno una probabilità di quasi tre volte superiore di avere incidenti stradali rispetto ai non infetti. Ciò sembra dovuto ad un lieve calo della capacità di attenzione causato dal parassita.

A complicare questa inquietante faccenda di parassiti e controllo mentale, si aggiungono le osservazioni di E. Fuller Torrey dello Stanley Medical Research Insitute di Bethesda, USA. Torrey da tempo studia il legame tra infezione da Toxoplasma e schizofrenia.

In alcune persone la fase acuta dell’infezione provoca sintomi psichiatrici, come allucinazioni e deliri. In più, se una donna contrae l’infezione in gravidanza, la probabilità che il figlio sviluppi schizofrenia in età adulta cresce di molto. Torrey ha esaminato numerosi studi clinici condotti negli ultimi cinquant’anni, trovando che quasi in tutti si riportava che pazienti psichiatrici avevano nel sangue un livello di anticorpi contro T. gondii più alto di quello delle persone sane.

Torrey e colleghi hanno allora coltivato cellule umane in provetta e le hanno infettate con T. gondii. Se le cellule infettate erano trattate con psicofarmaci usati nella terapia della schizofrenia, la crescita del parassita era bloccata.

Il cerchio si chiude grazie agli esperimenti di alcuni scienziati di Oxford. I ricercatori hanno unito le forze con Torrey per rispondere alla domanda che seguiva logicamente: potevano i farmaci antipsicotici curare i ratti manipolati da Toxoplasma? Gli esperimenti originali sono stati ripetuti e, come sempre, i ratti infettati da T. gondii si comportavano in maniera bizzarra. I ricercatori hanno allora usato vari farmaci antipsicotici sui ratti. In seguito al trattamento gli animali riacquistavano la paura. L’effetto inoltre era lo stesso se si usava un antipsicotico oppure pirimetamina, un farmaco usato in modo specifico per eliminare Toxoplasma.

Restano da chiarire alcuni punti: quali meccanismi molecolari usa T. gondii per realizzare i suoi trucchetti sul cervello di noi mammiferi? Perché alcune persone sviluppano schizofrenia in seguito all’infezione?
C’è chi si spinge addirittura a chiedersi quale possa essere stata l’influenza del protozoo sulla diversità culturale dell’umanità.

Di certo, il pensiero che un parassita così diffuso possa “smanettare” indisturbato nella stanza dei bottoni della nostra personalità, è piuttosto disturbante.

Enrico Martina

“Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco…”

dicembre 14th, 2007 by chiara

Sono davvero tanti e soprattutto hanno imparato molto bene a convivere con l’uomo, stiamo parlando degli animali selvatici che a poco a poco stanno prendendo casa in città.

La vita in natura risulta notevolmente dura: predatori sempre in agguato, fame, condizioni climatiche avverse, competizione; la città invece offre cibo da reperire senza dispendi energetici, nascondigli per nidi sicuri, ambienti relativamente più caldi in inverno, limitata competizione e predazione e spazio a sufficienza per tutti.

Ma chi sono questi nuovi inquilini con cui l’uomo deve iniziare a fare i conti?

In prima istanza cornacchie, piccioni, gabbiani e rondini, sebbene queste ultime siano più tipiche di un ambiente agricolo.

Le cornacchie, in particolare la cornacchia grigia (Corvus corone cornix) ma anche la cornacchia nera (Corvus corone corone), benchè di areale più alpino, si possono vedere facilmente in città. Sono animali estremamente intelligenti, basti pensare che hanno imparato a sfruttare il traffico cittadino per rompere il guscio delle noci e delle nocciole. La loro tecnica è estremamente semplice: fanno cadere i frutti nella strada libera, si appostano aspettando il transito di un auto che passandovi sopra li rompa e poi, a strada nuovamente libera, piombano sul frutto liberato del guscio.

Ovunque poi troviamo i piccioni: la popolazione residente nelle città ammonta a diversi milioni, tutti derivati da incroci e da forme addomesticate dalla specie ormai rara di piccione selvatico (Columba livia). Gli habitat originari di questi uccelli erano le pareti a strapiombo della Scozia nord occidentale e dell’Irlanda Orientale ma da un po’ di tempo a questa parte, vista la disponibilità di cibo nelle città e il relativo addomesticamento da parte dell’uomo, i piccioni hanno scelto come nidi cavità e buche di ponti e di solai che per caratteristiche, possono ricordare lontanamente gli anfratti e le sporgenze delle scogliere.

Anche i gabbiani hanno letteralmente invaso le città, a Torino, infatti, troviamo moltissimi esemplari di gabbiano comune (Larus ridibundus) e per la prima volta, quest’anno è stata accertata la nidificazione del gabbiano reale (Larus michahellis) nei pressi di Piazza Barcellona ma probabilmente la specie nidificava in città già da due o tre anni.

Le rondini (Hirudo rustica), presentano una colonia stabile costituita da 10-15 nidi presso il Borgo Medioevale di Torino, area che, per caratteristiche, ricorda l’habitat tipico della specie. Qui le coppie possono trovare un ambiente favorevole: cibo in abbondanza, presenza del fiume e relativo silenzio. Anche il rondone (Apus apus) ha trovato nelle città, da molto tempo, un ambiente favorevole alla sua nidificazione che originariamente avveniva in anfratti fra le rocce e all’interno di vecchi alberi. A Torino si trovano anche alcune colonie di rondone maggiore (Apus melba), specie che di norma è più legata ad ambienti alpini, soprattutto pedemontani, ma anche alle falesie costiere.

I palazzi storici, gli edifici più alti, le ciminiere abbandonate, le cavità dei muri sono tutti siti frequentati dai rapaci anch’essi ormai presenti nelle aree urbane.

Otto anni fa il falco pellegrino ha nidificato sulla Mole Antonelliana; quest’anno ha tentato di riprodursi presso una ciminiera in zona Santa Rita ma purtroppo la nidiata non è andata a buon fine; il giovane è morto a causa di una malformazione alla cavità orale che gli ha impedito di alimentarsi normalmente.

Il gheppio (Falco tinnunculus) è comune in qualunque centro abitato di grosse dimensioni, così come il nibbio bruno (Milvus migrans), è presente in città che abbiano corsi d’acqua o discariche a cielo aperto. Sempre nel capoluogo piemontese, città ricca di aree verdi date dai parchi alberati e dalla presenza dei boschi della collina, c’è anche lo sparviero (Accipiter nisus) e tra i rapaci notturni sicuramente nidificano l’allocco (Strix aluco) e la civetta (Athene noctua).

Sicuramente gli uccelli che hanno riscontrato maggiori vantaggi nel vivere in città sono gli aironi. In particolare l’airone cenerino (Ardea cinerea), così chiamato perché è grigio e bianco cenere, nidifica nella città di Torino da moltissimi anni tanto che oggi si contano ben 80 -100 nidi presso l’Isolotto di Bertolla alla confluenza Po – Stura (Parco cittadino della Colletta). La garzaia del parco è la seconda a livello europeo per numero di nidificanti dopo quella storica di Amsterdam. Ma sembra che una nuova colonia di aironi cenerini stia formando una nuova garzaia nella zona di precollina di Torino al confine con Moncalieri.

In quest’articolo sono stati presi in considerazione solo gli uccelli che hanno già imparato a convivere molto bene con l’uomo. I passeriformi, per esempio, hanno iniziato a cantare anche di notte perchè stimolati dall’illuminazione notturna proprio come se nidificassero all’estremo Nord, dove lì il giorno in estate dura ben 24 ore.

Il panorama dei “clandestini in città”, per citare il libro di Pratesi, è però molto più ampio, non solo gli uccelli ma anche molte specie di mammiferi si stanno spostando verso i centri urbani. La città sta diventando per loro una riproposizione della foresta planiziale che anticamente occupava queste porzioni di territorio urbano.

Mariachiara Catania

Big boss petrol

dicembre 14th, 2007 by chiara

Spesso le cose più strane capitano quando meno te le aspetti.

Ebbene, a me è successo mercoledì 12 Dicembre, verso mezzogiorno.

Sapete tutti che sono di un paese vicino ad Alessandria.

Molte volte, abitando in una piccola realtà, ci si sente isolati, lontani dal fermento delle grandi città, sembra quasi che tutto avvenga più lentamente ed in ritardo rispetto al resto del mondo.

Ma mercoledì, invece, mi è sembrato di essere vicino a chiunque, da Aosta a Palermo, da Torino a Lecce, nessuno escluso, senza alcuna distinzione.

Lungo la strada che collega il mio paese, per la cronaca San Salvatore Monferrato, alla stazione ferroviaria di Alessandria c’è un ipermercato di un gruppo commerciale noto in tutta Italia, il (o la) Bennet. All’interno del mastodontico parcheggio a disposizione dei consumatori è presente da qualche anno una stazione di servizio self service della compagnia petrolifera Shell, quella con il logo della conchiglia gialla ed il contorno rosso, tanto per intenderci. Molti automobilisti, me compreso, utilizzano abitualmente tale distributore sia per i prezzi più vantaggiosi sia per la notevole velocità di rifornimento, essendoci ben 7 pompe disponibili, ognuna con le varie benzine senza piombo, diesel, Shell V Power, ecc..

Mercoledì, mentre mi stavo recando in stazione, decido di fare benzina.

Come tutte le altre volte, entro dall’ingresso principale, attraverso il parcheggio e mentre sto pensando a quanti euro mettere nel serbatoio della mia Fiesta vedo davanti a me una scena decisamente anomala. Da film. Almeno cinquanta macchine in coda stanno aspettando fumanti il loro turno per dissetarsi e, cosa ancora più strana e buffa, la serpentina non è rettilinea, bensì disegna due curve non proprio perfette tipo una S allungata.

Mi accodo pure io, valutando rapidamente un tempo di attesa più o meno intorno alla mezz’ora abbondante.

Non essendo ancora però in riserva piena ed avendo i minuti contati, penso di andare via subito, quando mi si avvicina il classico omino delle stazioni di servizio, vestito con colori diversi a seconda della compagnia, che mi chiede se la mia macchina è diesel oppure senza piombo. Prontamente, gli rispondo la seconda. Allora mi indica la coda di macchine e mi dice che posso passare a fianco, superarla ed andare a fare tranquillamente benzina. Lo guardo perplesso. E’ un ragazzo straniero, forse rumeno, e non appena vede che non ho capito mi rispiega quello che dovrei fare. Aggiunge in maniera molto gentile che la colonna in coda è tutta solo per il gasolio e che le altre macchine possono quindi passare a lato senza problemi. Lo ringrazio e mi avvio veloce verso le pompe di rifornimento. Mentre passo, mi sento osservato ed invidiato da parecchi. Fermo la macchina, inizio l’erogazione e riguardo la coda.

Solo allora comincio a pensare.

Comincio a pensare a quanto siamo diventati dipendenti dal petrolio, anche se stavolta a causare tutto questo caos è stato uno sciopero dei mezzi di trasporto pesante. Soltanto uno sciopero. Se si pensa a cosa potrebbe capitare in caso di blocco improvviso dei Paesi Arabi oppure, peggio ancora, di esaurimento scorte ci si sente indifesi, impreparati e pedine in gioco su una scacchiera ben più grande del nostro Belpaese.

Comincio a pensare che la benzina è il primo segnale evidente di una possibile crisi, ma che poi arriverebbero le stangate su altri generi ben più essenziali, con conseguenze tremendamente più tragiche di quindici minuti di coda o del tutti a piedi per un paio di giorni.

Comincio a pensare a tutti gli altri milioni di automobilisti nelle stesse condizioni, donne coi bambini, ritardi sul lavoro, chi al lavoro non c’è neanche arrivato perché si è fermato prima, persone sull’orlo di una crisi di petrolio.

Comincio a pensare che è molto singolare il fatto che, statisticamente parlando, ci siano in coda più macchine diesel che non a benzina senza piombo: o sono ancora io l’unico pirla a non avere il diesel oppure è un caso che a quell’ora ci fosse una disparità così elevata. Mi piace pensare la seconda, ma mi spiace sapere che è la prima.

Comincio a pensare che ho già messo trenta euro e che dovevo metterne meno.

Comincio a pensare che tutto sommato non mi sento così lontano dalla civiltà e che pur essendo in campagna le cose che accadono altrove hanno ripercussioni anche da me. Una bella grama consolazione, non c’è che dire, almeno in questo caso…. 

Paolo Degiovanni 

Giornalismo delocalizzato

dicembre 13th, 2007 by chiara

Ormai da qualche anno conviviamo con l’immagine (per molti aspetti, non ultimo quello ambientale, sempre più inquietante) della corsa allo sviluppo dei Paesi emergenti. Che l’asse geopolitico ed economico del pianeta si sia spostato in Asia, in particolare in Cina e India, è un dato di fatto. Il XXI secolo è “Il secolo cinese”, come dice nell’omonimo libro Federico Rampini, corrispondente de
La Repubblica da Pechino e inviato speciale per l’Asia. Leggendo dello stesso autore “La speranza indiana”, ci si fa un quadro dettagliato dell’incredibile crescita politico-economica di Cina e India, che supera persino quella vertiginosa degli Stati Uniti nel XX secolo. Certo le differenze tra i due Paesi ci sono, soprattutto se pensiamo all’India come alla più grande democrazia del mondo e alla Cina come… alla più grande dittatura del mondo. In ogni caso, l’aspetto ricorrente è la delocalizzazione: della produzione, della ricerca, dei capitali occidentali, dei cervelli (ormai le mete favorite dei “cervelloni” non sono più i centri di ricerca statunitensi, ma quelli di Shanghai e Bangalore), anche del management delle multinazionali occidentali e, sembra, anche del giornalismo. Rampini cita, infatti, l’esempio del Pasadena News, un giornale online di questa città californiana. Il proprietario e direttore del giornale ha assunto due giornalisti che seguono i lavori del consiglio municipale della città. Che c’è di strano? Niente, a parte il fatto che i due giornalisti risiedono uno a Mumbai e l’altro a Bangalore. Altro che taccuino e presenza sul posto con intervista ai protagonisti della notizia: i due giornalisti indiani seguono le sedute del consiglio trasmesse su Internet e le eventuali interviste ovviamente si fanno via e-mail. Il motivo? Al solito: i due giornalisti vengono pagati uno 500 e l’altro 700 euro al mese. Le conclusioni mi sembrano lampanti.Sicuramente il Pasadena News è un giornale locale, ma il fenomeno della comunicazione delocalizzata vanta esempi ben più noti. I notiziari economico-finanziari della Reuters, una delle principali agenzie di stampa del mondo, vengono confezionati per la maggior parte proprio in India.  

Valeria Giannetta 

Spunti filosofici e scientifici in Matrix

dicembre 10th, 2007 by chiara

La trilogia di Matrix, uscita dal 1999 al 2003, ha ottenuto un vasto successo di pubblico e di critica non solo per i suoi strabilianti effetti speciali e per il vertiginoso ritmo dell’azione ma anche per la densità dei suoi stimoli intellettuali che hanno saputo coinvolgere gli spettatori, sollecitando un’intensa riflessione da parte di filosofi e scienziati. L’ipotesi futuribile proposta dal film è quella di un programma gestito da un calcolatore elettronico in grado di simulare l’esperienza e la vita umana, una realtà virtuale in cui tutti gli uomini sono imprigionati. Si tratta di una forma di controllo delle coscienze che ha lo scopo di assoggettare gli esseri umani alle macchine, divenute senzienti e bramose di ribaltare il loro rapporto di servitù verso gli umani. Questo tema riporta alla luce tematiche filosofiche classiche che si interrogano sulla natura della realtà e sulla possibilità della sua conoscenza, dal mito della caverna esposto nella Repubblica di Platone (gli uomini sono incatenati in una caverna in modo da poter vedere solo ombre proiettate e scambiandole per l’intera realtà, la quale invece è fuori) all’ipotesi cartesiana del genio maligno ingannatore che con un’abile illusione fa sì che le cose appaiano reali (nelle Meditazioni metafisiche). Da qui il grande dubbio scettico e i vari tentativi di annullarlo basando tutta la conoscenza su una certezza inconfutabile (cogito ergo sum). Ma l’ipotesi a cui più direttamente il film fa riferimento è l’esperimento mentale del cervello in una vasca, proposto dal filosofo statunitense Hilary Putnam in Reason, Truth and History (1981): senza che io ne sia in alcun modo consapevole, vengo rapita e portata su un lontano pianeta dove il mio cervello viene espiantato, immerso in una vasca colma di liquidi nutritivi e connesso a un computer controllato da uno scienziato pazzo extraterrestre. Il computer funge da interfaccia e invia segnali che il mio cervello interpreta come la complessa rappresentazione dinamica che chiamiamo “esperienza del mondo”. Questa favola rappresenta una potente ipotesi scettica che non è confutabile sul piano logico (come dimostrare che non siamo cervelli in una vasca?), ma questo non vuol dire che sia in effetti plausibile o realizzabile. Tutta la nostra conoscenza deriva dalla credenza che ciò che ci circonda è reale tuttavia non siamo in grado di dimostrare l’impossibilità assoluta di una situazione tipo Matrix, soprattutto alla luce dei nuovi progressi della realtà virtuale e dell’intelligenza artificiale. Sarà possibile far comunicare un cervello con un computer tramite uno spinotto come accade nel film? Quali potranno essere in futuro le interazioni tra le menti biologiche e quelle artificiali? La possibilità di far pervenire l’informazione al sistema nervoso tramite un’interfaccia elettronica non è ormai totalmente fantascientifica: la strada è stata aperta da alcune ricerche suggestive ottenute coltivando in vitro popolazioni di neuroni che vengono interfacciati attraverso sottili elettrodi ai chip di un computer. L’esperimento che più colpisce per le possibilità che dischiude ai cosiddetti neurocomputer – computer che sfruttano chip biologici costituiti da cellule nervose – è quello condotto da un gruppo di ricercatori del Georgia Institute of Technology, coordinati da Steve Potter. Il progetto prevede che qualche migliaio di cellule estratte dal cervello di un ratto pilotino un animale virtuale e reagiscano alle informazioni che questo estrae da un ambiente virtuale. Le cellule nervose si associano spontaneamente in reti formate da centinaia di neuroni. L’attività elettrica di una rete è caratterizzata da fluttuazioni ripetitive che presentano un pattern tipico. I ricercatori assegnano questi pattern al controllo di un particolare movimento dell’animale virtuale. Ci sono poi una serie di sensori che inviano stimoli alle cellule attraverso gli elettrodi, cosicché i neuroni possano rispondere. Peter Fromherz, neuroscienziato del Max Planck di Monaco, ha coltivato cellule nervose su una piastrina da cui emergevano minuscoli elettrodi di silicio rivestiti di un polimero spugnoso: dopo qualche giorno le cellule hanno stabilito rapporti fra loro e hanno formato sinapsi con gli elettrodi di silicio formando una rete biologico-artificiale. L’elaborazione di reti neurali miste potrebbe aprire nuove strade anche nel campo delle protesi: esiste già un orecchio elettronico, e i californiani Michel Baudry e Theodore Berger stanno lavorando al progetto di una protesi dell’ippocampo. Insomma siamo di fronte a una bionica sempre più espansa: non siamo a Matrix ma la finzione cinematografica rimanda a sviluppi non impossibili.

Laura Negri