Noleggiatelo, acquistatelo, fatevelo prestare, se proprio dovete scaricatelo da Internet, ma non potete proprio perdervi questo bel film-documentario sulla vita enigmatica, drammatica, misteriosa ed estremamente libera di Timothy Treadwell, all’anagrafe Timothy Dexter, un giovane americano dai lunghi capelli biondi che un bel giorno della sua vita decise di andare in Alaska per vivere letteralmente in mezzo agli orsi grizzly.
Il documentario è Grizzly Man del regista tedesco Werner Herzog. Viene narrata la storia di Tim, così lui amava farsi chiamare, con un’alternanza magistrale di materiale video girato da egli stesso sul campo con interviste realizzate da Herzog oggi ad amici, parenti e contestatori; egli riesce a porsi in maniera del tutto imparziale, raccogliendo commenti sia a favore che di condanna e cercando di mostrare ogni lato del suo poliedrico e complicato carattere. Ma chi era veramente Timothy? Sarebbe difficile, quasi impossibile, descriverlo. Un naturalista? Non sicuramente come quelli classici. Un folle amante della natura selvaggia? Senza dubbio. Un ribelle depresso dalla personalità tanto fragile quanto caparbia. Dai filmati registrati, dalle sue stesse parole emerge un mal di vita generale che lo affliggeva e lo devastava interiormente, al punto che egli cominciò ad emarginarsi da quella società che non lo aveva accettato, anzi, che gli aveva promesso grandi cose e che poi non gliel’aveva mantenute. I genitori raccontano che Tim era una ragazzo tranquillo, pacato, lavorava in un ristorante, aveva la ragazza e viveva la sua vita in modo sereno; ma ad un certo punto le cose cambiarono, divenne irascibile, apatico, cominciò a frequentare brutte compagnie. Conobbe alcool e droga, rischiando più volte l’overdose.
Loro pensano che la causa di questo cambiamento possa essere stata la profonda delusione per non aver superato i provini per il ruolo di barista nella famosa sit-com americana Cheers (trasmessa in Italia con il nome Cin Cin); Tim fu la seconda scelta per il ruolo da protagonista e quindi venne scartato. Egli, allora, decise di rivoluzionare tutto, scelse di vivere una nuova vita e diventare un’altra persona, giusta e quasi un eroe per alcuni, un pazzo irresponsabile per altri.
E’ il 1990. Si trasferisce così in Alaska, nel Parco Nazionale del Katmai. Amante della natura fin da piccolo, comincia ad osservare e filmare i pericolosi orsi grizzly, da vicino, senza protezioni, avvicinandosi sempre di più fino ad accarezzarli e giocare con loro. Forse la sua idea era semplicemente quella di passare un breve periodo della sua vita in quella terra solitaria dal sapore antico, un luogo dove la vita è sempre uguale da tempo immemore, per cercare di dimenticare gli episodi negativi e ricominciare daccapo. Ma poi, dopo la prima esperienza, decide di tornare e così per i tredici anni successivi. Col tempo la sua popolarità cresce, partecipa ai documentari di Discovery Channel, è ospite del Late Show di David Letterman e viene intervistato più volte dalla Nbc. Egli comincia a sfruttare la sua fama per raggiungere il pubblico più giovane, educando i ragazzi delle scuole degli Stati Uniti alla conoscenza della natura e non chiedendo mai un compenso per la sua attività di divulgazione. Fonda un’associazione per salvaguardare gli orsi, difenderli dai bracconieri e per farli conoscere ad un numero sempre maggiore di persone. Scrive anche un libro, “Among Grizzlies: Living with Wild Bears in Alaska“, descrivendo abitudini, tecniche di caccia, rapporti familiari e caratteristiche di questi possenti plantigradi. Egli documenta gran parte dei suoi incontri con una videocamera, a volte posta su un treppiede, a volte usata in presa diretta; filma maschi e femmine, piccoli ed adulti, in atteggiamenti sia mansueti che aggressivi, mentre pascolano, cacciano, combattono.
Il suo rapporto con gli orsi è totale: li chiama per nome, si mette al loro livello, cammina, dorme, mangia, vive in mezzo a loro.
In quegli anni accumula più di 100 ore di filmati, alcuni di rara bellezza e quasi magici, come una sequenza (con il cursore posizionarsi a 3 minuti esatti dall’inizio del filmato) in cui c’è lui in primo piano, un grosso grizzly sullo sfondo e, come se sapessero di essere ripresi, una volpe, chiamata affettuosamente Spirit, ed il suo cucciolo mentre attraversano l’intera scena. Il tutto nel modo più naturale possibile.
I Rangers del parco, tuttavia, non rimangono indifferenti alla presenza di Timothy e, negli anni, lo multano varie volte: per aver fatto da guida a molti turisti senza autorizzazione, per non aver rimosso un generatore portatile nel suo campo base e soprattutto per alcuni comportamenti alquanto pericolosi come l’offerta diretta di cibo agli animali. Anche gli scienziati concordano sul rischio di tali atteggiamenti e, inoltre, condannano questa abitudine forzata alla presenza umana in quanto gli orsi potrebbero arrivare col tempo a non temere più l’uomo con grande pericolo per eventuali incontri futuri.
Timothy continua incurante la sua battaglia o, semplicemente, la sua vita, a volte da solo, a volte in compagnia di qualche sua intima amica come Amie Huguenard, un’assistente medico. Fino al 6 Ottobre del 2003, quando il pilota Willy Fulton, partito per andare a recuperare i due ragazzi come ogni anno alla fine della stagione estiva, si ritrova di fronte una scena orribile: un orso accovacciato sui loro corpi senza vita, intento a mangiarne le carni. Sul posto accorrono subito le guardie armate di fucili, con l’intenzione di abbattere l’orso omicida. Qualche ora dopo uccidono un grande maschio ed un esemplare più giovane, entrambi tornati indietro probabilmente per finire il loro pasto. Sul luogo della tragedia, tra gli oggetti personali di Tim, viene ritrovata la videocamera con però il tappo di protezione inserito sulla lente; si scoprirà poi che sul nastro è rimasta impressa solo la registrazione audio dell’attacco, nessun’immagine, una testimonianza agghiacciante di sei minuti, sei lunghi minuti di confusione, paura, ferocia.
Urla di spavento, poi di terrore, infine silenzio.
Intorno alla sua morte ci sono parecchie considerazioni attenuanti, una serie di sfortunate circostanze: il ritardo sulla data solita di partenza, la vicinanza del campo vicino ad un ruscello usato dai salmoni per la risalita, la scarsità di cibo e, di conseguenza, la maggiore aggressività degli orsi in quel periodo. Per alcuni, invece, la sua scomparsa è la naturale conseguenza dei suoi metodi. E’ comunque incredibile che un uomo possa aver vissuto ben tredici estati della sua esistenza da solo, o talvolta in compagnia di qualche fidanzata, completamente circondato dagli orsi grizzly, rigorosamente disarmato, sempre sul confine tra realtà e follia. Treadwell cercava di vedere nella natura solo il bene, solo l’armonia; sembrava ostinarsi a non voler accettare che la natura, come invece dice Herzog, è “caos, conflitto e morte” e non armonia. Si potrebbe dire che in natura in realtà c’è un’armonia, ma la conflittualità e la lotta per la sopravvivenza sono alla base dei cicli naturali di quel sistema complesso dove ogni elemento interagisce con un altro fino a formare una specie di “ordine”. Di sicuro però egli non era un ingenuo e riconosce di essere costantemente in pericolo, di correre il rischio di venire sbranato dagli orsi e lo dice ad alta voce in più occasioni nei filmati :<<Io rischio la morte, ma gli orsi non mi faranno del male perché io so come farmi rispettare>>. Oppure, nelle ultime sequenze da lui girate (se si escludono i famosi sei minuti di solo audio) risalenti a solo qualche ora prima della morte, ammette: <<Questa volta ho scelto di accamparmi in un punto particolarmente pericoloso>>.
Questo era Tim. Caschetto di capelli biondi, bandana e un modo di parlare un po’ esagitato un po’ spiritoso. Un ragazzo alla disperata ricerca di sé stesso che aveva provato a cercare delle risposte negli orsi grizzly, provando a diventare uno di loro, forse addirittura convincendosi di essere uno di loro, provando a vincere la paura atavica di essere uccisi con un coraggio ai limiti della pazzia.
Paolo Degiovanni
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