Il caso del Grinzane Cavour, se proviamo a guardarlo con un briciolo di distacco, ci appare assai meno atipico di quanto vorrebbero farci credere i politici che ora si mostrano stupefatti, protestano di essere stati ingannati, o addirittura minaccano di costituirsi parte civile contro Soria. Ma come? Che esista, non solo in Italia ma in tutta Europa, una fiorente industria degli eventi culturali, fatta di premi, festival, rassegne, corsi, convegni, cicli di conferenze, tavole rotonde, talk-show, caffè, simposi, presentazioni, punti di incontro, è noto da almeno vent’anni. Così come è noto che il motore di questa vorticosa industria è un patto reciprocamente vantaggioso fra politici e uomini di cultura, dove i primi cercano instancabilmente di allargare il proprio consenso moltiplicando i «clienti» (operatori culturali e pubblico), mentre i secondi – gli uomini e le donne «di cultura» – sono ben felici di promuovere sé stessi e la propria immagine con armi improprie, ossia non solo mediante le loro opere bensì partecipando attivamente ad ogni sorta di manifestazione cui sia stata data, spesso audacemente, la patente di evento culturale. Che in questo vortice di eventi ci siano pranzi, cene, pernottamenti, itinerari turistici, tappe gastronomiche, generosi cachet, gettoni e rimborsi, ospitalità spesso estese a mogli, mariti, amanti si vede tranquillamente a occhio nudo, senza bisogno di improvvisarsi finanzieri, e non è certo un male solo italiano.
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