Giovanna Favro sulla Stampa

Dopo giorni di denunce, j’accuse e polemiche sugli esami truccati, il rettore del Politecnico si candida ad aprire, in fatto di concorsi universitari, una strada nuova. Con un sistema che piace pure al «magnifico» dell’Università: tanto che i due atenei torinesi, abituati ad andare, di solito, ciascuno per la propria strada, in fatto di concorsi potrebbero forse farsi avanti sul piano nazionale con una proposta congiunta. Sarebbe la prima volta.Da subito, comunque, il rettore del Poli Francesco Profumo chiede al ministero di autorizzargli una sperimentazione «che ci allineerà con i migliori standard internazionali, consentendo a ricercatori e docenti di essere valutati da studiosi dei migliori atenei del mondo».

Profumo parte dal lavoro che già sta portando avanti per il progetto battezzato «accelerazione delle carriere»: già oggi chiede cioè a ricercatori e professori associati delll’ateneo interessati a scatti di carriera (e dunque a concorsi nei loro settori), di presentare i propri curricula a una commissione internazionale, che valuterà in quali campi bandire i concorsi. Gli esami, però, si svolgeranno con le modalità consuete, previste dalla legge: ovvero con esaminatori italiani.
Ora Profumo, che per questo progetto non ha bisogno di nessun via libera del ministero, vuol compiere un ulteriore passo avanti, per il quale servirebbe invece l’autorizzazione alla sperimentazione da Roma, perché si tratta di uscire dai canoni normativi attuali. Premette un concetto caro anche al collega Pelizzetti: «Detto che le università hanno interesse a selezionare docenti di qualità, in un sistema in cui gli atenei saranno finalmente valutati dai risultati», «perché non avviare un processo di valutazione internazionale, questa volta, a fini concorsuali?»

L’idea gli frulla in testa da parecchi. «Spesso qualche ateneo americano o giapponese mi chiede di esaminare il curriculum e le pubblicazioni di qualche studioso del mio settore, candidato a diventare “full professor” da loro: si crea cioè una commissione di 5 membri che non si riunirà mai nello stesso luogo, né conoscerà mai i candidati di persona. Ognuno, restando nella propria università, esaminerà le carte ed esprimerà un giudizio sul candidato».
Il sistema, che elimina di fatto il momento dell’esame e del concorso vero e proprio, «è molto applicato nei paesi anglosassoni». Non si presta (per motivi linguistici) alle discipline umanistiche, «ma per quelle quantitative aiuterebbe la comunità scientifica ad aprirsi, a crescere e ad allacciare relazioni internazionali». Non punta tanto a eliminare gli abusi, «che pure a volte si verificano, anche se è scorretto generalizzare»; detto che la trasparenza sarebbe maggiore, e detto che «firmare un giudizio scritto è anche un modo di giocarsi la propria reputazione», «avremmo soprattutto più internazionalizzazione e confronti fra studiosi di culture diverse».

Chiede il via libera da Roma «come sperimentazione per un gruppo di atenei, nell’ambito di un’autonomia responsabile delle sedi, per evitare localismi e favorire il dialogo fra comunità scientifiche». E l’idea piace anche a Pelizzetti, per le discipline quantitative. Il rettore dell’Università (che vede di cattivissimo occhio la doppia idoneità del decreto «milleproroghe») è inserito negli elenchi dei migliori e più citati scienziati del mondo nel suo settore, e «anch’io sono spesso chiamato a valutare posizioni di candidati stranieri che nemmeno conosco».

Secondo lui il metodo «andrebbe usato, più che per il reclutamento, per le progressioni di carriera» e «consentirebbe verifiche indipendenti, con una semplificazione delle procedure e una riduzione dei costi: più nessun esaminatore dovrebbe viaggiare». Però, «ogni regola, anche la migliore, può essere aggirata», e «non si possono fare iniezioni di etica». Così, l’invito del «magnifico» di via Po è «una vera valutazione del personale universitario dopo il reclutamento». Vale a dire, esami per i professori che già sono tali: «Già oggi la legge prevede per ricercatori, associati e ordinari una verifica dei risultati del loro lavoro dopo 3 anni. In teoria, in caso di scarsa qualità, possono perdere il posto». Una verifica che d’abitudine nessuno, realmente, fa.