Giovanna Favro sulla Stampa

Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue e letterature straniere, non ha dubbi: nel denunciare trucchi e misfatti dei concorsi universitari su «La Stampa» di ieri, il collega Roberto Alonge «ha detto il vero». Anzi, «dico di più. Non ho mai conosciuto nessuno, in tanti anni di Università, che sia diventato professore soltanto in base ai suoi meriti».
Professore, davvero? Nessuno sale in cattedra per merito?
«I meriti possono essere tanti o pochi, e spesso sono tantissimi, ma senza un professore che lo porta, nessuno sale in cattedra. Nessuno, e parlo anche per me, può dire: avrei vinto il concorso anche se non avessi avuto in commissione un professore che mi sosteneva. Esclusivamente per i miei meriti, che pure spero siano tanti, non ce l’avrei fatta».
Professore, me lo dice così, come fosse una cosa normale?
«Guardi che è così in tutto il mondo: il meccanismo di arruolamento nelle università è dappertutto la cooptazione, e forse non potrebbe essere altrimenti: diventano professori quelli che decidono i professori. Chi c’è già, sceglie chi deve entrare. Il problema non è il metodo di fondo, ma le varianti. E quelle italiani sono le peggiori».
Quali sono le varianti italiane?
«Questo è il paese della famiglia, delle corporazioni, degli ordini. Non è un caso se prima il ministro Moratti e poi il ministro Mussi hanno cercato di riformare i concorsi, ma non ci sono riusciti».
Ma promuovere a prescindere dal merito è reato?
«Ma no, il meccanismo dei concorsi lo consente. Il giudizio sulle pubblicazioni di un candidato, ad esempio, certe volte è inspiegabile. Capita che le stesse pubblicazioni di uno studioso siano giudicate scadenti da una commissione, ed eccellenti da un’altra dopo poco tempo. Avviene non decine, ma migliaia di volte. Del resto, chi può dire che è illegale? Il giudizio delle commissioni è opinabile, la discrezionalità è legittima».
Come se ne esce?
«Cambiando le regole».
Con docenti stranieri nelle commissioni d’esame?
«No: funzionerebbe solo con i colleghi scienziati, che pubblicano in inglese. Ma gli umanisti scrivono in italiano».
Il professor Alonge vorrebbe dei punteggi precisi per pubblicazioni, prove scritte, colloqui.
«E’ ingenuo: alcune delle ingiustizie più clamorose che conosco sono avvenute utilizzando i punteggi».
E quindi come fare?
«Ci sono due teorie. Alcuni sostengono che dobbiamo arrivare a concorsi locali di professori locali. Se i docenti di un ateneo assumono dei somari, fatti loro: quell’ateneo alla lunga decadrà e diverrà pieno di asini. Io preferisco l’altra via: il ritorno ai concorsi nazionali».
Come si fanno, i trucchi, oggi?
«In ogni commissione c’è un membro interno, nominato dalla facoltà che bandisce il posto. Lo affiancano 4 docenti di altre università: entrano in commissione facendosi eleggere, e si creano alleanze e cordate per avere persone amiche, cui verrà ricambiato il favore. Se ci fosse una commissione nazionale formata da professori estratti a sorte tra quelli più votati dai colleghi di tutt’Italia, sarebbe già qualcosa. Era già così, in passato. Certo: si dice che qualche volta ci fossero nelle urne anche palline congelate, per guidare le mani. Ma sarebbe già qualcosa».
Pensa che una riforma si farà?
«Eh, la riforma … sono anni e anni che ne parlano, … credo che la faranno. Bisogna vedere come».