Erano undici candidati per tre posti. Tutti laureati in Medicina. Tutti con lo stesso identico sogno: diventare medico legale. Quattro anni di scuola di specialità a 1600 euro al mese, 800 ore all’anno di lezione con obbligo di presenza. Ma l’ultimo concorso per entrare nelle celebre scuola di specializzazione di Torino - l’Istituto fondato da Cesare Lombroso nel 1897 - è stato annullato con una sentenza del Tar datata 2 luglio. Tutto sbagliato, tutto da rifare. Come spiega il provvedimento firmato dal giudice Franco Bianchi: «Per una manifesta e grave patologia procedimentale che infirma il concorso in questione e i canoni di imparzialità, trasparenza e buon andamento dell’azione amministrativa». Non era chiaro il criterio di giudizio. Di più: «Emerge nelle attività valutative una sub specie di eccesso di potere per manifesta ingiustizia, illogicità e disparità di trattamento». C’è anche il mistero di un verbale: «Privo di data, di incerta paternità e con firme illeggibili». Ma soprattutto - però qui davvero il Tar non ha più competenza - su quei tre posti per diventare medico legale si è scatenata una guerra. Con annesso scandalo sessuale. La prima candidata esclusa, torinese, 38 anni, dopo giorni di tormento e incertezza, ha deciso raccontare la sua verità. Che si può riassumere in questa frase: «Sono stata esclusa perché non ho più voluto compiacere sessualmente il direttore della scuola». Ovvero - secondo le accuse - il concorso sarebbe stato pilotato per escludere scientificamente l’ex amante del presidente della commissione d’esame. Una bomba. Che investe in pieno il professor Paolo Tappero, 70 anni, una carriera specchiata di alto profilo: «Non voglio neppure commentare - risponde al telefono di casa - la candidata non è stata ammessa perché il suo compito era insufficiente. Non ci sono misteri. Non c’è stata alcuna irregolarità. L’Università impugnerà la sentenza al Consiglio di Stato». Sono due piani diversi, ovviamente. Quello amministrativo e quello che ancora bisogna capire. «Il ricorso al Tar riguarda solo la parte formale del concorso - spiega la candida esclusa - dietro però c’è un’altra storia. Ed è una storia schifosa. In cui, mi rendo conto, anch’io non faccio una gran bella parte. Però ho deciso. Sono pronta a raccontarla al primo giudice che vorrà chiamarmi». All’improvviso devono essersi rotti degli equilibri. Dopo giorni di incontri, voci, pettegolezzi. Lo scandalo tocca anche la commissione esaminatrice. Sono nomi illustri. Come quello del professor Carlo Torre, criminalista e consulente di parte anche nel caso Cogne. Con lui c’erano Sara Gina e Claudio Cardellini. Tutti sospesi dell’incarico. Almeno per il momento. Sospeso anche il professor Paolo Tapparo. Come l’assegnazione dei posti. Molti speravano che rimanesse un segreto da corridoi. Ora la facoltà di medicina dell’Università di Torino trema. È la scuola di anatomia voluta da Cesare Lombroso, il pioniere della specialità. È la sede del museo di antropologia criminale, un fiore all’occhiello dell’Università di Torino. È l’istituto in cui hanno insegnato grandi professori come Renzo Gilli, Mario Carrara, Mario Portigliatti Barbos. Di grandissimi studenti, come i premi Nobel Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco. «Come è caduta in basso», commenta un professore affacciato sull’orlo dello scandalo. C’erano una volta undici candidati che sognavano un posto di prestigio. Ora è tutto fermo. In bilico. Una doppia battaglia legale dovrà chiarire cosa è successo veramente nell’aule della scuola di specializzazione.
da Galileo
Per un punto Martin perse la cappa. Ma forse l’aveva già persa da un pezzo, in una partita giocata su un altro tavolino, ai piani alti della politica: con un undici voti contro dieci, ieri mattina la X Commissione ha votato al Senato per il commissariamento dell’Agenzia Spaziale Italiana. Anticipando di un giorno la riunione prevista per oggi, rifiutando la richiesta di audizione da parte del presidente Giovanni Bignami e, anzi, avvertendolo solo quando la riunione era ormai in corso.
Il commissariamento dell’Asi è stato proposto lo scorso 18 luglio dal Consiglio dei Ministri. Motivo ufficiale: la dimissione di sei membri del consiglio di amministrazione su sette all’inizio del mese. Il Governo vi legge tra le righe una “comprovata difficoltà di funzionamento” dell’ente: se la maggioranza del Cda si dimette qualche problema ci sarà. E in questi casi la legge 165 del 2007 (Delega al Governo in materia di riordino degli enti di ricerca) prevede il commissariamento automatico. A quanto pare anche in assenza di altre motivazioni o di ulteriori prove di malagestione. E il commissario designato, che per dodici mesi prenderà il pieno comando, è Enrico Saggese, attuale responsabile del settore Spazio di Finmeccanica. Cioè della stessa holding che attualmente riceve dall’Asi l’80 per cento dei fondi che l’ente destina ai contratti con l’industria. Ormai è fatta: entro venerdì 1 agosto la Commissione Attività Produttive della Camera potrebbe dare il suo parere sul commissariamento. La palla passerà quindi al Consiglio dei Ministri e Saggese si insedierà entro settembre.
A dispetto delle previsioni che dicono pioggia, questa sarà un’estate calda. Anzi torrida. Soprattutto negli atenei italiani. Dove già ora studenti, ricercatori e docenti sono uniti – nel quasi totale disinteresse (o ignoranza) dell’opinione pubblica – in una battaglia per la sopravvivenza stessa delle università. L’obiettivo della lotta, che ha già visto assemblee spontanee in molti atenei, documenti di condanna, allarmate prese di posizione e minacce di sciopero, è una vera e propria riforma dell’università sotto mentite spoglie, nascosta nelle righe del decreto legge 112 del 25 giugno 2008, presentato dal ministro dell’economia e delle finanze Tremonti e approvato in nove minuti netti dal Consiglio dei ministri. Il titolo del decreto - Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria – rimanda a concetti alti, suggerendo una strategia di innovazione volta al miglioramento delle condizioni economiche del paese. Dentro ci si trova un po’ di tutto: dagli interventi di installazione della banda larga allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi, passando per il risparmio della carta negli uffici pubblici. Ma è al capo V, su Istruzione e ricerca, che arrivano le note dolenti per l’università.Intanto, la riduzione progressiva, in cinque anni, del Fondo di finanziamento ordinario, quello grazie al quale lo Stato trasferisce denari alle Università. Questo rappresenta la quota più consistente della parte attiva del bilancio degli atenei, seguita dalle somme pagate dagli studenti sotto forma di tasse e contributi. A questo proposito, il decreto recita testualmente: “l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo 5, comma 1, lettera a) della legge n. 537 del 1993, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, è ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013”. Un taglio complessivo di 1,443 miliardi di euro. L’Università di Roma “Sapienza”, dopo una giornata di mobilitazione, ha dichiarato che in queste condizioni non sarà possibile dare inizio all’anno accademico 2008-2009. Ha rincarato la dose Enrico Decleva, fresco di nomina alla presidenza della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui), secondo cui “in queste condizioni il dissesto degli atenei, nel 2010, sarà inevitabile”. Il “magnifico” dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, ha proposto la dimissione in blocco di tutti i rettori. “Se non arriveranno segnali positivi con la Finanziaria 2009”, dice ancora Decleva, “siamo pronti a ogni tipo di iniziativa, se necessario anche di forte impatto”.
22 Jul
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Giulia vola su La Stampa
Problema numero uno: studiare e dare gli esami; problema numero due: lavorare e mantenersi; problema numero tre: al Politecnico di Torino studiare e lavorare «sono quasi completamente incompatibili». O almeno questo pensa un professore e questo ha scritto il Garante per gli studenti a Eleonora Ferrarese, 24 anni, universitaria e lavoratrice, al terzo anno di Ingegneria delle Telecomunicazioni. Risultato: «Signorina, è inutile che si presenti all’appello, sprecherebbe solo del tempo». Parola di accademico. Guida dello Studente alla mano, la frequenza sarebbe obbligatoria, con le modalità concordate tra studente e professore. Il fatto è che Eleonora ha già dato 36 esami, gliene mancano quattro e ha già pronto il titolo della tesi.
L’odissea inizia il primo aprile e assomiglia a un «pesce». Quattro mesi dopo lo scherzo non è finito, gli appelli quasi. «Il punto è - spiega -, che il professore non ha voluto darmi il materiale per studiare». Prende fiato, ordina i pensieri, riparte: «Lavoro a tempo pieno, spesso fuori città, non posso seguire le lezioni. Quindi gli ho scritto una e-mail prima che iniziasse il suo corso chiedendogli il programma e se fosse necessario frequentare, come ho sempre fatto. Un mese e mezzo dopo mi ha risposto che avrebbe inserito dei documenti online, ma che le lezioni erano importanti. Come se non lo sapessi, ma io ho bisogno di lavorare». Si ferma, incrocia le braccia, si mordicchia il labbro, è spaventata ma anche stanca. «Mi ha rovinato la vita. Dicevo, ho creduto alla sua buona fede. E ho aspettato».
Nel frattempo ha dato un altro esame e lavorato per l’agenzia di moda che le dà uno stipendio. Il 6 giugno ha fissato un incontro con il professore: «La prima domanda è stata sul mio lavoro e alla mia risposta ha storto il naso. Mi ha detto che visto che non avevo seguito le lezioni, di fatto avevo scelto tra studio e lavoro e non potevo pretendere di sostenere l’esame come i frequentanti. Peccato che la frequenza qui non la attesti nessuno». Non pago, il professore le suggerisce «caldamente» di non presentarsi agli appelli del 30 giugno e del 18 luglio «poiché del tutto inutile, secondo il docente non avrei avuto le basi per sostenerlo». Al primo ha rinunciato, al secondo è andata con tanto di statino in mano: «Se avesse avuto ragione, il Politecnico non me lo avrebbe stampato». Uscita dall’aula credeva di aver messo un punto «e invece il professore mi ha detto che avrei dovuto sostenere anche un orale». Arrivata a casa, stessa solfa: scrive al professore, gli chiede il programma, riceve il silenzio.
Mentre parla sfoglia il dossier che ha preparato, infilando una dopo l’altra le e-mail al Garante degli studenti, al preside di Facoltà e al suo rappresentante legale. Alza lo sguardo, ricomincia: «Non volevo arrivare fin qui, ma non è giusto. Io ho diritto a studiare. E mi viene bene: ho preso 30 di Fisica e 29 di Analisi Matematica».
Il nodo si stringe quando il professore, su «ordine» del Preside, indica a Eleonora una serie di siti per prepararsi: «Peccato che mi abbia segnalato il Centro Nazionale per l’Informatica nella pubblica amministrazione e il Garante per la Privacy, l’universo mondo, milioni di dati, casi specifici. Gli ho chiesto precisazioni ma è stato inutile».
D’altronde si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e i carteggi raccontano il tentativo del Preside di risolvere la questione senza alzare i toni. «Il professore ha sbagliato - dice Claudio Beccari, Garante per gli studenti - ma non credo l’abbia discriminata perché lavoratrice. Piuttosto, essendo un esterno che arriva da Giurisprudenza, non conosce le dinamiche del nostro ateneo, che prevedono una bibliografia chiara e a disposizione degli studenti». Incalzato, Beccari va oltre: «È certo che la ragazza è stata danneggiata. Se il professore continua a rifiutarsi e se il preside riterrà che non è più in grado di soddisfare la qualità della didattica, si farà in modo che non gli venga rinnovato il contratto».
Interpellato, il professore non risponde. Così come il Politecnico, che preferisce non prendere le parti di nessuno prima che l’orale sia concluso. E intanto Eleonora aspetta che qualcuno le stacchi il pesce d’aprile dalla schiena.
Luigi La Spina sulla Stampa
Quando la festa finisce, soprattutto se è stata una bella festa, c’è sempre un po’ di malinconia. Il convegno mondiale degli architetti che si è chiuso ieri è stato davvero un successo. Novemila professionisti hanno visto e celebrato la grande trasformazione della nostra città e riporteranno nei loro paesi il racconto di questa straordinaria esperienza. Accanto a tale sentimento, però, se ne avverte un altro, meno confortante; anzi, un vero segnale di allarme. Sembra in pericolo, infatti, una delle condizioni che ha permesso proprio quel positivo cambiamento che gli architetti di tutto mondo hanno così apprezzato: la sostanziale coesione e unità della classe dirigente. La mancanza di un traguardo esaltante come poteva essere quello delle Olimpiadi, ma soprattutto la diffusa e pesante riduzione delle risorse economiche stanno producendo un grave scollamento. Politica, economia e società civile comunicano a fatica. Da mesi, un muro di gelo divide Chiamparino e la Bresso da molti esponenti del loro partito.
La vicenda delle nomine alla Compagnia di San Paolo ha lasciato una scia di molteplici e intrecciati risentimenti dentro la maggioranza, ma anche nei rapporti con l’opposizione che, giustamente, lamenta una emarginazione nelle scelte. E’ partito un carosello di lamentele e rimbrotti tra assessori per la spartizione degli esigui finanziamenti quest’anno a disposizione. Nelle rappresentanze delle forze economiche si sono manifestate evidenti gelosie categoriali, con artigiani e commercianti che hanno ripreso l’antico ritornello contro lo strapotere, in città, degli industriali. In maniera trasversale, corre, infine, una polemica sul rinnovamento della classe dirigente cittadina che, restando sempre sulle generali e non precisando mai nomi e cognomi, non individuando mai le presunte responsabilità per il fenomeno, sembra più l’alibi di pretendenti delusi e magari immeritevoli che la denuncia di straordinari talenti misconosciuti.
Ci vuole poco a far ricredere, oltre che gli architetti del mondo, anche i torinesi e i cittadini italiani sul “miracolo” di Torino. La percezione del successo si costruisce con molta più fatica di quanto tempo ci voglia per distruggerla. Come dimostra anche l’ultimo grido d’allarme, quello dei responsabili della “Film commission”, l’emergenza sulle ristrettezze finanziarie costituisce un gravissimo pericolo per il futuro della nostra città. Guai se a questo rischio si dovesse aggiungere la miope tentazione di un “si salvi chi può”, a base di accuse a raffica in tutte le direzioni. Forse sarebbe il caso che il sindaco Chiamparino riprendesse in mano l’idea di quegli “stati generali” che ha rinviato a causa delle elezioni. Un invito alla responsabilità collettiva e individuale, in questo momento a Torino, sarebbe necessario. Perchè, ancora una volta, la nostra città ha bisogno di scossa.
Un abuso». «Un’e-normità». «Un insulto». All’Università degli studi di Torino c’è una feroce levata di scudi contro la decisione della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali di chiamare in cattedra «per chiara fama» il guru di Slow Food, Carlin Petrini.
Pochi giorni fa i docenti hanno attivato la procedura che gli consentirebbe di evitare anni di concorsi, e di essere subito incoronato professore ordinario: il più alto grado degli universitari. Insegnerà «sociologia dell’ambiente e del territorio». La procedura è eccezionale, occorreranno anche i sì di Senato Accademico, Cun e ministero. Ma già al primo gradino dell’iter è scoppiata la guerra. Tra gli umanisti s’è levato un coro di voci indignate. Uno dei cattedratici più noti della facoltà di Lettere, Giuseppe Ricuperati, ha scritto una lettera durissima, che ha fatto il giro dell’ateneo.
Riconosce «al signor Carlo Petrini d’aver fondato un’iniziativa meritoria sul piano nazionale e internazionale». Però «non ha niente a che fare con la sociologia». Parla di «abuso del meccanismo della chiara fama, nato per riportare in Italia grandi studiosi e usato in modo disinvolto e sconcertante». Una prassi «più grave dell’abuso di lauree ad honorem», compiuta «nel più profondo disprezzo della verifica delle competenze».
Levata di scudi
Immediate le adesioni di molti colleghi, dal geografo Paola Sereno al semiologo Ugo Volli, con una forte reazione soprattutto dei sociologi.
Il direttore del dipartimento di Scienze sociali Adriana Luciano parla di «troppi atenei che si fanno belli con le penne di pavone altrui: credono, chiamando persone famose in cattedra o attribuendo loro lauree ad honorem, di avere e di dare lustro e lustrini, mentre si sviliscono, se non pongono in cima alle priorità le competenze». Si associano a Ricuperati anche Arnaldo Bagnasco e Sergio Scamuzzi, per il quale «le cattedre comportano responsabilità didattiche e scientifiche: al più, si dia una laurea ad honorem».
Chiara Saraceno parla di un «fortissimo sgarbo istituzionale». Insiste: «Ai concorsi Petrini esaminerà i sociologi, anche se di sociologia non sa nulla. Come si permettono, i colleghi di Scienze, di far diventare qualcuno sociologo? Noi attribuiamo forse il titolo di fisico?» «La sociologia è una scienza - chiosa Franco Garelli - sono perplesso».
26 Mar
Posted by: admin in: leader, retroscena, segnalazioni
Vecchio? Bellissimo. Soprattutto se si è potenti. E’ molto contento di sé Enrico Salza - l’effettivamente potentissimo presidente del presidente del Comitato di gestione di Intesa-Sanpaolo - che giura di divertirsi come un matto a fare quello che fa. Lo dice alla presentazione del libro di Nunzia Penelope «Vecchi e potenti» (Baldini Castoldi Dalai), coordinata dal vice direttore de «La Stampa» Massimo Gramellini che interroga i partecipanti sul perché in Italia politici, banchieri, industriali siano spesso over 70.
Salza ricorda che quando, anni fa, gli proposero di andare a governare la Compagnia di San Paolo preferì la banca perchè «lì c’era la rissa». Una vita da «uomo vero» che a settant’anni non sembra intenzionato a lasciare; anzi immagina che semmai più in la, se avrà una nuova offerta, magari potrebbe rifare un pensierino alla Fondazione, ma solo per tre anni.
E non perché per allora sarà vecchio, ma perché crede che sia giusto «lasciare spazio agli altri» anche se insinua velenosamente «purché ci siano». E glossa dolente: «Il dramma è che trovare gente che accetti le responsabilità è raro».
Da se stesso sposta il fuoco sulla città e rende omaggio a due «grandi vecchi», paradigmi viventi del fatto che la senescenza può servire a salvare una fabbrica e una città. Assicura che «senza Gabetti e Grande Stevens la Fiat sarebbe stata fatta a pezzi». E ribadisce che il problema non è l’età, ma la meritocrazia. Insomma «ci sono tanti fessi tra i giovani e allora perché ce ne dovremmo andare?». E lancia una sfida metaforica: «Mandateci a casa; io sono disposto, ma non per lasciare il posto a un fesso».
Incontenibile banchiere che non si arrende, ma anzi immagina per sé vite future. Un po’ meno gongolante appare il «giovanissimo» Sergio Chiamparino, sindaco non ancora sessantenne che analizza con passo da storico il perché in Italia le classi dirigenti siano bloccate. Una ragione c’è: gli ultimi a aver vissuto eventi traumatici - da leader o da comprimari - sono quelli della sua generazione o di poco più giovani o di quelle precedenti.
Chi ha fatto la Resistenza, chi ha ricostruito l’Italia del boom, chi ha inventato la rivoluzione culturale nel Sessantotto, chi ha vissuto negli Anni di piombo, chi ha navigato nella bufera del crollo del Muro. I conti sono presto fatti: tutti hanno messo insieme esperienze. E dopo? Dopo la noia. La fine della «spinta propulsiva». E quindi, riflette il sindaco: «In una società bloccata è difficile che emergano nuovi personaggi».
Bloccata l’Italia lo sembra anche a Beppe Berta, docente alla Bocconi che cerca di rimettere dati oggettivi nel dibattito. Il nodo è antico: «Si è passati dal conflitto tra classi al conflitto tra generazioni perché i giovani sono quelli che devono pagare l’enorme debito pubblico accumulato». Perché l’Università è vecchia e i giovani non vengono assunti? «Perché non ci sono le risorse che hanno altri Paesi, utilizzate a pagare il debito che è il 104% del Pil».
Riflette amaramente che «abbiamo dato il voto, nel corso degli anni passati, a politici che non si sono preoccupati del futuro, ma solo del presente; hanno risposto alle tensioni sociali del posto ‘68 usando le risorse del Paese». Adesso siamo arrivati al futuro e non ci sono i soldi per innovare e competere. Ma, con l’andamento demografico degli ultimi decenni, non ci sono neppure più i giovani e i rari esemplari, dice Berta, «sono troppo protetti».
Il più estraneo al dibattito appare Carlo Callieri - il duro dei 35 giorni alla Fiat - che rivendica: «Sono vecchio, ho 67 anni. Inutile girarci intorno: si può essere in forma e molto bravi, ma si è vecchi». Ha una sua idea molto precisa sul perché a governare il Paese siano gli anziani: «In una società bloccata, dove chi ha più di 65 anni resta inchiodato al suo posto, si scelgono i vecchi perché portano avanti il Paese senza avventure». E confida: «Sono pessimista sul futuro: c’è solo una routine che genera poco sviluppo».
Giovanna Favro su Lastampa.it
Sembra senza rivali la marcia del rettore dell’Università Ezio Pelizzetti verso la riconferma a numero uno dell’ateneo di via Po, corazzata da 75 mila studenti, 4 mila dipendenti e altrettanti lavoratori a contratto. Il suo primo mandato al comando della potente e complessa macchina universitaria è agli sgoccioli: è scontato che si ricandiderà, e pare che nessuno oserà misurarsi con lui alle urne. Le elezioni sono state fissate (primo turno il 14 maggio) e (per ora, almeno) non si vede all’orizzonte un competitore che osi sfidarlo, rischiando, dopo il voto, di ritrovarlo trionfatore, e nemico.
E’ vero che sfidare un rettore in carica è sempre ad alto rischio di batosta, ma il predecessore Bertolino ebbe comunque uno sfidante dopo il primo mandato, e Umberto Dianzani era rettore quando fu sconfitto alle urne. Sono vicende diverse, imparagonabili, ma certo se Pelizzetti avesse uno sfidante costui punterebbe a coagulare lo scontento e il dissenso di facoltà, settori o gruppi: se il rettore continuerà a non avere competitori, neppure ufficiosi, significherà che non esistono parti dell’ateneo che lo contestano e possono organizzarsi con qualche chance di vincere.
I motivi? Innanzitutto, presenta un ateneo in crescita di risorse, studenti e docenti, e ai primi posti nelle classifiche nazionali per quasi tutti i parametri. In 4 anni è stato pure il primo d’Italia per assunzioni di tecnico-amministrativi, e il corpo docente è passato da 2000 a 2200 persone.
Giocano nel gradimento anche altri fattori. Poco interessato ad essere un «rettore mediatico», Pelizzetti ha invece puntato a migliorare la comunicazione interna e diretta, creando newsletter e presentandosi nei consigli di facoltà. E poi, oltre ad aver favorito il diritto di voto per i ricercatori, è stato abile a disinnescare possibili bombe, neutralizzando potenziali nemici. Se le facoltà da sempre decisive per creare candidati forti sono Medicina e Scienze, la seconda è la sua facoltà, e Medicina è con lui su questioni chiave: da un lato, sulla Città della Salute s’è mosso in sintonia con i camici bianchi, dall’altro l’ala del San Luigi, da cui avrebbe potuto arrivare dissenso, gli riconosce il varo della II facoltà. Quanto agli umanisti, lo è il pro-rettore, e ha voluto tra i vice la preside Poggi, che in passato non era certo una sostenitrice.
Se della sua o altrui candidatura, per ora, il rettore non vuole far parola sui giornali, certo nell’ateneo gli è riconosciuta una gestione accorta, attenta; ha assunto le decisioni sempre senza strappi e favorendo la consultazione. E ha evitato scivoloni in occasioni delicate, come la fase di frizione con la Regione sulla Città della Salute, e di polemica per l’ipotesi di ateneo privato promosso dalla Compagnia di San Paolo: nei due casi ha difeso il punto di vista dell’ateneo senza arrivare a contrasti frontali che portassero a rotture. I due enti, alla fine, mantengono con l’Università buoni rapporti.
Gabriele Beccaria su Lastampa.it
Li chiamano «i 13» e stanno portando male a molti. I 13 atenei vogliono mandare all’aria il sistema dei finanziamenti pubblici e lasciare le briciole alle altre università italiane. Sabato i 13 rettori di quelle che si considerano il top si riuniranno a Bologna e consumeranno la secessione: pretendono più libertà e più soldi, perché - dicono - nessuno fa ricerca come loro. Anche a Torino c’è stato il crack. Il Politecnico è con «i ribelli», l’Università no. Il suo rettore, Ezio Pelizzetti, professore di chimica, ribatte facendo i conti. Teme che tutto esploda.
Professore, non la imbarazza mettersi contro i «migliori»?
«In realtà, la nostra università è la più sottofinanziata. Siamo in credito di 46 milioni all’anno: significa che il nostro fondo di finanziamento ordinario dovrebbe salire da 250 a circa 300».E non siete gli unici: giusto?
«Sono una ventina su 77. E’ ovvio che non si può sanare di colpo un credito di 350 milioni. Io propongo un programma alternativo: il riequilibrio in tre anni».Sabato diserterà il meeting di Bologna?
«Ho scritto al rettore Pier Ugo Calzolari: condivido il disagio di chi si trova in squilibrio, ma la minacciata rottura del sistema mi suscita molti dubbi, sia per l’efficacia sia per le conseguenze».E, allora, la sua soluzione?
«Trattare il sistema universitario come un’infrastruttura. Che, tra l’altro, interessa 2 milioni di persone».Bella formula, ma che cosa significa?
«Università come le autostrade o le ferrovie. Non si può chiedere solo di tagliare. Il sistema va rafforzato».Questa concezione non si scontra con le regole dell’efficienza?
«No. Penso a fondi assegnati su una base valutativa, non dati in modo asettico».Quindi, il merito sì.
«Sono d’accordo che una logica di valutazione dei risultati sia determinante anche per dare incentivi a chi raggiunge i risultati migliori: dalla formazione alla ricerca».Eppure gli incentivi erano già stati previsti ad agosto: poi i fondi sono stati bloccati.
«Sono stati cancellati 100 milioni per sanare alcuni contenziosi sindacali».La ricerca italiana, così, resta fragile. Pensa ad altre misure?
«Un’altra possibilità è favorire gli scambi di studenti e la mobilità dei professori».«I 13» chiedono il divorzio tra atenei di ricerca (i loro) e di formazione (gli altri): sì o no?
«Se l’università è un sistema nazionale, andrei cauto. In Piemonte sperimentiamo un coordinamento per la ricerca che funziona».All’autonomia di ogni università non crede?
«E’ un bene da valorizzare e dobbiamo snellire l’organizzazione. Ma si devono stabilire reti di rapporti tra atenei che sono molto diversi». Tutti parlano di merito, però i concorsi sono un buco nero. «Se l’università ha fatto un buon lavoro, in genere ha già la persona con i titoli per coprire il posto disponibile, salvo nei casi in cui si deve coprire una disciplina nuova».Quindi, ammette, che il concorso diventa spesso inutile.
«In molti casi sarebbe più efficace sottoporre il candidato al giudizio di un gruppo di professori italiani o stranieri».E le regole anglosassoni della selezione «peer review»?
«Ci piacerebbe adottarle per i passaggi di carriera».Che cosa chiede al futuro premier?
«Che tra le prime decisioni ci siano più fondi e la riforma organizzativa dell’università».
03 Mar
Posted by: admin in: homo sapiens, retroscena, scandali, segnalazioni
La deputata soubrette Gabriella Carlucci nel suo blog ha sparato contro Luciano Maiani coprendosi di guano, lanciando ingiurie prontamente rivelatesi frottole
- Il professor Luciano Maiani, presidente del CNR (Centro Nazionale di Ricerca) già autore di importantissimi studi sulle particelle e stretto collaboratore del premio Nobel Sheldon Lee Glashow, è uno dei firmatari, mesi fa, del documento che chiede al Rettore della Sapienza di rivedere se sia davvero il caso di chiamare il Pontefice proprio nel giorno dell’apertura dell’Anno Accademico e non magari in qualche altra occasione meno simbolica per la laicità dell’Università.
- Quando è ora di riconfermare la Presidenza del CNR, i fisici votano tutti per Maiani, ma in Parlamento alcuni cattolici ultraconservatori, soprattutto l’On Egidio Sterpa di Forza Italia (che addirittura abbandona l’aula in segno di “protesta contro l’intolleranza”) non rinnovano la fiducia a Maiani.
- Per giustificare l’accaduto, l’On. Gabriella Carlucci, a nome di Forza Italia, manda al Ministro Mussi e a Prodi una lettera in cui svela cose molto brutte sulla reputazione di Maiani, che sarebbe stato addirittura deriso dal premio Nobel Sheldon Lee Glashow e dal grande fisico John Iliopoulos.
- Mussi se ne frega e per fortuna conferma ugualmente Maiani al CNR.
- Inaspettatamente, un paio di giorni dopo arriva una lettera scritta proprio dal premio Nobel Sheldon Lee Glashow che, è il caso di dirlo, sputtana la Carlucci e Forza Italia con parole non proprio tenerissime, confermando la grandezza di Maiani.
- Invece di ammettere la figura barbina o di starsene intelligentemente in silenzio, la Carlucci scrive un’altra lettera in cui cerca di difendere la sua posizione.
- Non solo arriva un’altra lettera di Glashow, ma ne arriva pure una di Iliopoulos a mettere un macigno ulteriore sulla deputata di Forza Italia.
- Si scopre che le fonti della Carlucci si limitano a un articolo di Libero basato su un sito fasullo, messo su probabilmente da qualche studente goliarda e prontamente cancellato mesi fa. Libero non solo non controllò la fonte, ma addirittura non pubblicò mai smentita.
- La Carlucci pubblica le cosiddette “prove” per cui Maiani sarebbe un poco di buono. Peccato che sia evidente che la Carlucci non ha assolutamente letto o comunque capito i documenti da lei pubblicati, dove si evince chiaramente che è tutto il contrario. Tanto per darvi l’idea del pietoso livello intellettuale dell’ex soubrette laureata in lingue, traduce “I was distracted by” con “mi sono distratto”, che è come tradurre “cold” con “caldo”. Sul suo blog in sole due ore arrivano 300 commenti, di cui il più tenero le chiede se si è laureata alla CEPU.
- Se non bastasse il buon senso, interviene lo stesso autore di quegli articoli, l’eminente scienziato Alvaro de Rujula, a sputtanare la Carlucci con una lettera più che esaustiva.
Nei commenti dei post l’ironia è l’unico metodo per lenire il sonno della verità e della ragione della deputata di Forza Italia
Sono convinto che in Italia ci sia molto più bisogno di scienziati capaci che di onorevoli soubrette. Se vuole fare un servizio al nostro Paese potrebbe almeno iniziare a studiare fisica.
Sembra che Einstein abbia chiesto di organizzare una seduta spiritica, perche’ anche lui non riesce a trattenersi dal dirgliene quattro…