a un anno di distanza e dopo essere stati là, be’, fa ancora più effetto.
a un anno di distanza e dopo essere stati là, be’, fa ancora più effetto.
Ricovero obbligatorio, pillole bloccate nei magazzini, dolore (che sembra sempre essere troppo poco).
L’argomento di scontro è la Ru486, la pillola abortiva, che dopo anni di sperimentazione sta per entrare, in Italia, nella pratica medica di routine, ma che, stando a quanto dichiarato a televisioni e giornali dai nuovi Governatori di Piemonte e Veneto (e di altri che si stanno aggiungendo man mano), se ne starà nei magazzini ancora per un po’. Quanto? Almeno fino a quando non cambieranno le linee guida rendendo obbligatoria la somministrazione in “regime di ricovero”. Per altri, come Zaia, la questione è puramente etica e la RU486 va bloccata esattamente come gli OGM, per evitare che diventi “l’aspirina delle minorenni”.
Messa così sembra che l’alternativa sia la vendita in farmacia e l’assunzione per i fatti propri a casa come fosse un’aspirina o un antibiotico (o la pillola del giorno dopo). Se però andiamo a vedere i protocolli medici di somministrazione vediamo che le cose non stanno proprio così.
Quello contenuto nella Ru486 è un farmaco, il mifepristone, “antagonista” del progesterone, il quale è un ormone fondamentale per la gravidanza. Il mifepristone ne prende il posto annullandone l’effetto e causando l’interruzione della gravidanza con espulsione dell’embrione tre giorni dopo l’assunzione. Viene utilizzato da vent’anni in molti paesi europei (in Gran Bretagna è entrato in uso nel 1991, in Svezia nel 1992, in Francia nel 1998) e dal 2000 anche negli Stati Uniti.
I tempi per l’utilizzo sono abbastanza stretti: fino alla settima settimana, quindi poco meno di due mesi e meno dei tempi per l’interruzione chirurgica (che può essere effettuata fino al terzo mese, ma anche oltre se ci sono gravi motivi). In questo caso non c’è un’operazione e, anche se gli effetti collaterali sono minori, comunque ci sono e sono possibili le complicazioni (come per qualsiasi intervento medico).
Il protocollo prevede la somministrazione della RU486 (primo giorno), quella di misoprostol, una prostaglandina che stimola l’espulsione dell’embrione, al terzo giorno e un controllo ecografico al quattordicesimo giorno. La procedura non è né indolore da un punto di vista fisico, né leggera da un punto di vista psicologico e ripercorre drammaticamente le fasi degli aborti spontanei, dove tra l’interruzione di gravidanza e l’espulsione dell’embrione passano un po’ di giorni (nei quali non si sta bene e di sicuro non si è allegri). Comunque, questo è il protocollo base.
Per rispettare la legge 78/194 l’AIFA (l’Agenzia Italiana del Farmaco, che stabilisce i criteri di ammissione dei farmaci nei protocolli terapeutici) ha dichiarato che “l’utilizzo del farmaco è subordinato al rigoroso rispetto della legge per l’interruzione volontaria della gravidanza (L. 194/78). In particolare deve essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n.194, dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza”. E leggendo le dichiarazioni dei direttori sanitari degli ospedali sembra che siano tutti pronti a rispettare la legge (e che si stiano attivando per aumentare i posti letto e i turni in reparto). Ma ricovero garantito non vuol dire obbligo di ricovero. Ricovero garantito vuol dire che se insorgono complicanze o se le condizioni cliniche della donna rendono necessario un monitoraggio ospedaliero, il sistema sanitario non può negarlo.
Ora, posto che nessuno può essere ricoverato senza il proprio consenso (tranne casi di ricovero coatto che però difficilmente rientrano in questa categoria) e che quindi se una donna appena assunta la pillola dovesse firmare per uscire i medici non potrebbero trattenerla, qual è il problema? Perché viene fatto passare il messaggio che la “RU486 può portare all’aborto a domicilio“? Dove si vuole arrivare? Perché aumentare la confusione su un tema già di per sé complicato? Perché voler vietare un farmaco che, pur con i suoi effetti collaterali, migliora una procedura prevista dalla legge?
PS: per chi ci crede, buona Pasqua.
E’ un Natale strano e lo è da qualche mese. Cioè, è da qualche mese che la divagatrice sente di vivere in un periodo strano.
Qualche sera fa col marinaio siamo andati a vedere Quella volta lì avevo venticinque anni un inedito di Gaber/Luporini e interpretato da Bisio. Come molti spettacoli di Gaber anche questo è un monologo amaro, densissimo e commuovente. Che sarà la vicinanza alle feste, sarà che poco prima avevamo visto assieme il Canto di Natale in versione Disney, ma alla fine sono uscita da lì con l’idea che quello fosse un canto e che i Signor Scrooge della situazione fossimo tutti noi, la società.
Gaber ripercorre la storia dell’Italia, dal dopoguerra ad oggi e finisce con una riflessione molto amara su quello che siamo diventati (dove ci ha portato il mercato, la corsa sfrenata al consumo, una politica sempre più populista e sempre meno lungimirante) e sul dove rischiamo di finire (e questo non ve lo dico per non spoilerare… andatelo a vedere, se lo rifanno).
Li ho capito che cos’era quella stranezza che percepivo nell’aria. E’ la stranezza data dalla necessità di cambiamento. Capita a tutti, credo. Tipo: siete mai stati piantati all’improvviso dopo anni di fidanzamento/matrimonio? Ecco, quello che si dice sempre è che è successo tutto di colpo, che non c’erano segnali, che il maledetto traditore (senza offese per nessun maledetto traditore…) se ne è andato così da un giorno all’altro, ecc. In realtà i segnali ci sono sempre e si passano periodi anche lunghi a volte, nei quali si percepisce una stranezza, si sa che bisognerebbe fare qualcosa, ma non si sa cosa. Qualcuno riesce a essere più sveglio di altri ascolta i fantasmi che gli fanno visita e prova a risolvere la situazione. I più (e la divagatrice è tra questi) cascano dal pero.
Ecco, in questo strano periodo di aria strana capita che si senta la necessità di cambiare. E le cose stanno cambiando, in piccolo e lentamente, come è giusto che sia, perchè quando si vuole trasmettere un messaggio è importante che il mezzo usato per lanciarlo sia coerente col messaggio stesso.
E, per una volta, quelli che cascano dal pero potremmo non essere noi.
Buon Natale a tutti.
una divagazione politica
voto Marino perché sono una divagatrice scientifica e so che tra i tre lui è l’unico che sa cosa vuol dire fare scienza (e raccontarla) in questo Paese;
voto Marino perché mi piace pensare di averglielo suggerito io scrivendogli, come fanno le ragazzine coi cantanti, molti mesi fa (e mi aveva anche risposto!);
voto Marino perché Franceschini aveva detto che non si sarebbe candidato e Bersani ha aspettato per anni che arrivasse il momento buono lasciando il PD andare a ramengo;
voto Marino perché il PD è andato a ramengo e non servono “aggiustatine” o alleanze con l’UDC ma una bella rivoluzione;
voto Marino perché non ha “accettato” la polpetta avvelenata di Scalfari;
voto Marino perché chissenefrega se non c’ha l’esperienza politica… sa trapiantare i fegati e mi basta come curriculum;
voto Marino perché quel giorno al dibattito sul testamento biologico c’era lui;
voto Marino perché sempre quel giorno gli avevo detto che lui era uno dei pochi elementi che mi tenevano vicina al PD e io sono una divagatrice coerente;
voto Marino perché anche se non è un “giovane” è l’unico che non ha liquidato i “giovani” dicendo che son troppo giovani per poi riciclarli perchè si sa che c’è bisogno dei giovani…
voto Marino perché è vero che vincere il confronto con Berlusconi è facile, ma per lui di più;
voto Marino perché se devo pensare a qualcuno che mi rappresenti voglio un qualcuno che sia migliore di me e, sarà che me la tiro, ma gli altri due non li vedo così in alto…
voto Marino perché tanto Bersani lo vota già la Binetti;
voto Marino perché non ho mai avuto così tanta voglia di andare a votare come adesso e deve pur voler dire qualcosa;
voterei Marino anche se non votassi per il PD, perchè è la cosa migliore da fare.
e voi?
La divagatrice è quasi senza parole e chi la conosce sa che è un evento piuttosto raro.
Non mi aspettavo che, in Iran, le cose prendessero la piega che hanno preso. Non ero pronta a vedere i video delle rappresaglie notturne o degli spari sulla folla. Non ero pronta a vedere i ragazzi morire dissanguati. Le immagini delle moto dei basiji che invadono le strade, degli elicotteri che lanciano acqua e gas (qualcuno dice acido) sulla folla e delle camionette che entrano in un campo sportivo trasformato in caserma, sono troppo simili a quelle descritte o viste nei film che raccontano anni terribili per il sudamerica.
Anni fa, in volo verso l’Argentina, ero seduta vicino a un farmacologo, un professore universitario in pensione, che lavorava come consulente per una grossa casa farmaceutica svizzera “si tienen un problema, yo lo resuelvo”. Era argentino, fuggito quando le cose avevano iniziato a mettersi male e adesso, ogni tanto, tornava a casa a trovare i parenti. Arrivati sopra la foresta che unisce Argentina e Brasile, io guardavo giù estasiata tutta quella meraviglia della biodiversità e lui con gli occhi lucidi mi dice “mis amigos estan allì”… io non avevo capito, non potevo capire o forse ero troppo scema per capire, lui se ne è accorto e ha continuato “en el vientre de los caimanes”.
Da allora, quando leggo, vedo o sento qualcosa di simile provo lo stesso brivido devastante di impotenza totale che ho provato in quel momento lì.
In questi giorni quel brivido è costante ed è accentuato dall’evolvere in peggio della situazione. I giornalisti sono stati rispediti a casa o arrestati, le conversazioni telefoniche (quando possibili) vengono intercettate, chi manda mail, scrive sui blog o cerca di mandare notizie via twitter rischia di venire individuato e incarcerato. E tutto questo da un lato fa aumentare la paura per chi sta là, perchè se non sai e non vedi pensi sempre al peggio, soprattutto quando quello che vedi è il peggio. Dall’altro lato ha mandato in tilt i cosiddetti media tradizionali.
Da che mondo e mondo ogni guerra ha i suoi reporter di guerra che poi vincono il Pulitzer, ogni strage ha il suo giornalista di stragi pronto a far vedere in diretta quello che è successo o sta succedendo.
Quello che sta succedendo là, invece (anche se è solo una sensazione, è presto per fare analisi), è una comunicazione dal basso costruita mettendo assieme tante piccole voci provenienti da tantissime persone diverse. In Iran in questo momento non c’è nessun reporter e sono tutti reporter.
Ma nessuna redazione era pronta a questo. Nessuno era pronto a doversi confrontare con fonti non attendibili, a doversi districare tra blog e social network o ad andare a vedere la provenienza e i movimenti dei vari twitter in giro per il mondo per capire se sono veri o fasulli.
E i risultati sarebbero comici se non si parlasse di una tragedia. Dal telegiornale che manda immagini e traduzioni dei servizi della TV di stato iraniana (che parla dei manifestanti come di terroristi) alle pagine dei quotidiani che per stare sulla notizia ed essere “ggiovani” mettono Twitter in homepage, senza filtri, per la serie arrangiatevi e districatevi voi tra i fake e i porno.
In tutto questo un barlume di speranza per l’informazione, almeno qua in Italia, arriva da Friend Feed, dove ezekiel ha fatto praticamente da solo il lavoro che avrebbero dovuto fare i giornali. S’è studiato le fonti, ha cercato di capire quali fossero quelle più affidabili, ha filtrato twitterate, video e blog e da sabato manda un flusso aggiornato e verificato di notizie che permettono di avere un quadro il più possibile veritiero della situazione là. Le trovate qui, su green-revolution.
Prima, in chat, gli ho detto che mi ricorda i licheni. Vivono in un ambiente ostile, nessuno li considera (avete mai regalato un mazzo di licheni?), spesso vengono calpestati, ma sono maledettamente adatti all’ambiente in cui vivono. Sono esploratori, vanno laddove nessuno vuole o può andare e alla fine, per il loro ambiente, quella è la strategia vincente.
L’ambiente sta cambiando e forse essere un po’ licheni in questo momento potrebbe non essere una brutta idea.
- il post è volutamente privo di link. Le cose cambiano troppo in fretta per essere messe qui (e anche questo è un segno dei tempi che cambiano). Andate su green-revolution di FF –

“C’è una canzone di Giorgio Gaber che dice “libertà è partecipazione”, noi oggi a Torino e Firenze, abbiamo dato una prova di democrazia partecipando, a questa giornata e siccome, oggi è anche il 25 aprile, questa partecipazione ha, per così dire, un valore doppio.”
A parlare è un Corrado Augias visibilmente commosso, alla fine di una giornata intensa alla quale la divagatrice ha preso parte.
Sono seriamente in difficoltà. Ho provato a lungo a pensare ad una forma da dare a questo post e infatti è passata una settimana da quel sabato di fine aprile al Sermig e ancora non ho scritto niente. Il problema è che raccontare le emozioni non è mestiere da divagatori. E, invece, là si giocava con le emozioni, in maniera abbastanza forte.
Alla fine, le cose che avrei potuto dire da divagatrice le trovate riassunte qua, nel documento buttato giù in tempo reale nel quale sono riportate tutte le fasi dell’evento. Ci trovate i risultati delle votazioni, le considerazioni che arrivavano man mano dai tavoli e le proposte per una nuova legge. Ci hanno detto che lo porteranno in Parlamento e di questo sono molto contenta, anche se so che non avrà un particolare peso politico.
Ma, indipendentemente dalle ricadute imediate di quella giornata, ho imparato tre cose.
La prima è che avere un’opinione non basta. Lo so che la maggiorparte dei cittadini non ha nemmeno un’opinione, ma per riuscire a cambiare davvero le cose bisogna sporcarsi le mani, mettendo in conto di stare nel fango a lungo.
La seconda è che sintesi non vuol dire media fra le varie posizioni. Non vuol dire trovare un punto circa a metà sull’ipotetica retta che collega gli “opposti estremismi”, ma vuol dire mettersi in gioco, indossare gli occhiali che ti permettono di vedere la questione sotto un altro punto di vista per produrre qualcosa di nuovo, che non ci sarebbe stato senza quell’incontro. In quel senso sintesi vuol dire arricchimento e crescita.
La terza è che la partecipazione, fatta in quel modo, è uno strumento potentissimo del quale, chi fa il mio mestiere, non può più fare a meno, soprattutto se si lavora nel campo delle tematiche scientifiche controverse.
Il resto lo lascio cantare a Gaber.
Qui i post precedenti sull’argomento.
Caspita come passa il tempo. Mi rendo conto adesso che son passati dieci giorni dall’ultimo post.
Rimedierò con un post un po’ di servizio, per segnalare un’iniziativa della quale abbiamo parlato qua e qua in passato e che sta per occupare (letteralmente) Torino: la Biennale Democrazia.
La divagatrice, come sapete, si è iscritta all’evento finale del dibattito sul testamento biologico, che si terrà il 25 aprile al Sermig (tutto il dì). Non so se ci sarà il wireless per livebloggare da là (e, no, l’iPhone i divagatori non se lo possono permettere…), ma ci saranno di sicuro Corrado Augias a osservare e commentare e una cabina di regia formata da esperti (tra i quali spicca il senatore Ignazio Marino, padre dell’omonima proposta di legge poi cassata in Parlamento).
Da quel che ho capito leggendo le istruzioni sul sito, verremo divisi in gruppetti, ognuno di noi avrà un tastierino col quale televotare in maniera anonima per una serie di proposte che usciranno nel corso della discussione. Il risultato del televoto non decreterà il vincitore del Grande Fratello o di X-Factor, ma permetterà di arrivare ad una “sintesi” a fine giornata.
Quello del testamento biologico è solo un piccolo evento nel mare di iniziative che stanno per essere avviate (ecco il calendario).
Si parte il 22 con la lectio magistrale del Presidente Napolitano (per la quale non ci abbiamo nemmeno provato ad andare a far la coda per i biglietti) e si chiude il 26 con una maratona al Circolo dei Lettori.
Nel mezzo un sacco di roba per grandi e piccini. Il programma è da guardare bene per evitare di perdersi qualche chicca, ma la divagatrice già sa che a costo di dormire fuori dal Carignano andrà a sentire Michele Serra il 23 e le Lettere di condannati a morte della resistenza il 25 (al Regio).
Se capitate da queste parti in quei giorni fatevi vivi.
Ieri la divagatrice si iscriveva all’evento finale della Biennale Democrazia sul testamento biologico, carica di belle speranze (ne avevamo parlato qui e qui).
Oggi si chiede se abbia ancora senso.
Marco Cattaneo sul suo blog.
Chiara Lalli su DNews.
Adriano Sofri su Repubblica.