riscrivere i classici

dicembre 24th, 2011 by bea

Da cinque anni a questa parte non riesco a fare i bilanci di fine anno. Prima era tutto lineare, stabile, casa, lavoro, famiglia, progetti, spesa il sabato, film la domenica, marmellate, conserve. Arrivavo a fine anno e sapevo di aver prodotto un certo numero di risultati che sarebbero serviti a scrivere un paper, tot vasetti di marmellata di fichi, i peperoncini ripieni da regalare a Natale, le bollette dimenticate, i buoni propositi disattesi. Un po’ una noia. Poi bum.

Da un giorno all’altro tutto finito. Che pensi capiti solo nei film un cambio così radicale. Pensi che la vita, quella vera, ti dia tempo di cambiare pian piano, alla Petrini, slow, seguendo le stagioni, dandoti il tempo per adattarti. Pensi che solo i supereroi possano sopravvivere a un salto nel vuoto, perché nella vita vera se ti butti da un grattacielo ti spiaccichi per terra e sei buono per far marmellate. Dipende da dove ti butti, direte voi. Ma con me non funziona. Io non mi butto nemmeno in acqua perché ho le vertigini e quelle mica le inganni con la scusa che tanto c’è la spinta di Archimede che ti riporta su.

E quindi quando mi son ritrovata lì, con tutta la mia vita racchiusa nel bagagliaio di una Punto, ho pensato che sarei morta. E visto che ti dicono che prima di morire ti vedi la vita passare davanti, ho aperto iCal per facilitare l’operazione e quando l’ho richiuso, settimane dopo, mi sono ritrovata in un film di Fellini o forse di Ozpetek.

Ero a San Salvario in una casa che aveva un gigantesco trompe l’oil sul muro del salotto che sembrava di essere in uno di quei giardini d’inverno delle case coloniali inglesi. E intorno a me un circo di persone che arrivavano da mezzo mondo, studentesse albanesi che per pagarsi gli studi facevano sei lavori e mandavano pure qualche soldo a casa, il gay pugliese scappato su al nord dopo che gli han bruciato il negozio di fiori e che per pagare gli arretrati e gli studi faceva la drag queen, la porta sempre aperta, clandestini ospitati, i pianti di gruppo sul balcone, due criceti che sono morti in circostanze mysteriose e due pesci rossi di nome Dolce&Gabbana (ma poi il povero Dolce è morto, molto meno mysteriosamente, divorato da Gabbana). E mentre loro mi salvavano la vita senza che io me ne accorgessi ho deciso che salto nel vuoto per salto nel vuoto tanto valeva lasciare il lavoro per provare a costruirne uno nuovo.

Ecco da allora, da quando ho capito che i salti nel vuoto si possono prolungare perché la natura di offre un sacco di appigli a cui aggrapparti, stendini sui quali rimbalzare, aitanti pompieri con i materassi gonfiabili, eccetera eccetera, ecco, non so più fare i bilanci.

Per dire, quest’ultimo è l’anno dei lavori persi e delle emulsioni impazzite, delle incazzature e delle ingiustizie, ma è anche l’anno dei lavori nuovi, delle emulsioni recuperate, delle presentazioni del lybro, di Bisanzio e delle passeggiate per le strade di Torino con Cavalli-Sforza.

E che bilancio tiro su da una roba del genere? Aveva vita facile Dickens, un passato ben lineare con una vita felice segnata da un evento tragico, un presente triste e lo spettro di un futuro ancora peggiore. Vieni qui da noi Charles (non tu, Charlino, l’altro) e riscrivilo oggi. Con il passato te la cavi ancora, ma prova ad avere a che fare con un fantasma del Natale presente che attacca a parlare e non la smette più e ti racconta gli alti e i bassi, che poi spesso coincidono.

Niente, a questa nostra generazione dalla vita precaria toccherà riscrivere i classici.

Buon Natale,

la divagatrice, Charlino e l’albero di capsule Petri

Il grande viaggio

novembre 9th, 2011 by bea

E niente, a un certo punto, mentre stavo preparando lo zaino per la Turchia, è arrivata una telefonata. Era il Vico che diceva che a Codice cercavano qualcuno e che aveva fatto il mio nome. MI chiamano, il giorno dopo vado lì da loro, si stupiscono quando dico che li conosco bene e mi fanno una proposta. La mattina dopo, dall’aeroporto, chiamo e accetto.

Da allora sono passati poco più di due mesi e vi sto scrivendo dal treno per Roma perché domani inauguriamo Homo sapiens, la grande storia della diversità umana.

Io gli ominidi non li ho mai imparati. Fin dalle elementari non ho mai saputo se ergaster è venuto prima di Cro Magnon e ho imparato solo tardi che i Neandertal erano nostri cugini e che siamo tutti africani. Poi mi sono letta, per caso, il Geni, popoli e lingue di Cavalli Sforza e ho capito il potenziale didattico e divulgativo di quella roba lì. Il viaggio dell’umanità è un racconto avvincente, con passioni, lotte, viaggi, vincitori e vinti e l’unico modo per raccontarlo è quello di lasciar perdere i singoli orticelli e mettere tutte le discipline assieme.

Da lì, quando finalmente la vedrò anche io, vi dirò meglio. Per il momento lo lascio raccontare a lui così come l’ha raccontato a noi una sera di qualche settimana in un albergo di Torino.

Qui le info.

I concorsi pubblici e il paradosso della neurogenesi

novembre 2nd, 2011 by bea

La divagatrice e la Neuroscienziata ogni tanto, diciamo molto spesso, escono a prendersi una birra. Niente di che, una birretta prima di cena o al posto della cena, una specie di analisi dei poveri che si intensifica (come l’analisi, credo) nei momenti critici. Stasera ce ne volevano almeno due perché domani la Neuroscienziata farà l’ultimo concorso dei tre in tre settimane per un posto da ricercatore nell’università italiana. Il concorso di domani non lo vincerà, così come non ha vinto i due passati.

Vedete, entrambe ci siamo laureate, abbiamo fatto il dottorato (e lei poi ha continuato a lavorare) nello stesso posto. Un laboratorio nel quale si studia sostanzialmente la neurogenesi, cioè la nascita e lo sviluppo di neuroni.

Siamo arrivate lì per la tesi, in un momento in cui il nostro laboratorio era in fase embrionale. Era tutto da costruire con le tecniche da mettere a punto e i macchinari da imparare a usare. Nel giro di pochissimo tempo il laboratorio si è trovato ad essere affollato, una crescita esponenziale davvero degna di quelle embrionali. Eravamo tantissimi, passavamo giornate e nottate là dentro a fare, costruire, aggiustare, inventare cose nuove e scontrarci invece con i limiti o, per dirla da biologa, le contingenze.

Negli embrioni però la crescita è sì esponenziale, ma non avviene a caso. Quando c’è crescita incontrollata quel che ne esce si chiama tumore. Quando invece la crescita è in qualche modo guidata quel che ne esce si chiama bambino (cucciolo, va’) e capirete che c’è una bella differenza. Negli embrioni chi guida questa cosa sono, tra gli altri, i geni omeotici che stan lì e regolano l’attivazione dei vari geni che portano poi alla formazione di arti, organi, ecc. Il compito dei geni omeotici è quello di accendersi al momento giusto, non prima, non dopo e far partire il cantiere. Insomma, quel che devono fare i capi. Ecco, da noi mancavano un po’ i corrispondenti umani dei geni omeotici e quindi c’era un gran caos.

In qualche modo siam cresciute noi, siamo entrate in dottorato ed eravamo, anche lì, un bel gruppetto coeso con uno stuolo di tesisti che ci seguiva. Qualcuno si fermava per una borsa, altri se ne andavano dopo la laurea. La Neuroscienziata è andata negli Stati Uniti ed è tornata due anni dopo con una valigia piena di pubblicazioni, tecniche e fighezze che l’hanno fatta diventare la migliore. Che poi non è diverso da quel che capita anche nel cervello (e in generale negli organi) degli adulti. C’è una nicchia di cellule staminali che fa da serbatoio per il rimpiazzo delle cellule morte. Nella zona che studiavamo noi, il bulbo olfattivo, questo processo è evidentissimo. I neuroni del bulbo muoiono abbastanza velocemente e le staminali che se ne stanno in una zona molto sottile attorno ai ventricoli, man mano si dividono in due, lasciando una cellula lì nel serbatoio e liberandone un’altra che parte e va verso la zona da rimpiazzare. Che è un sistema furbo. Non avviene dappertutto e, nel cervello, le aree che hanno questa nicchia neurogenica son poche, i bulbi olfattivi, l’ippocampo e poco altro ed evidentemente va bene che le altre aree invece pian piano perdano componenti e facciano rincitrullire anche i premi Nobel.

Insomma, nel nostro laboratorio sulla neurogenesi del bulbo olfattivo sembrava che ci comportassimo coerentemente con l’argomento che studiavamo: alcuni elementi si fermavano, si specializzavano e maturavano, altri morivano e venivano rimpiazzati da elementi nuovi da formare.

Poi però il problema della mancanza degli equivalenti umani dei geni omeotici è tornato a farsi sentire perché gli elementi maturi hanno iniziato ad andarsene. L’ambiente non era più in grado di ospitarli, i soldi erano pochi e nessuno era in grado di trovarli o di pensare di trovarli. E quindi il gruppo ha iniziato a sfilacciarsI: chi ha cambiato città e gli è andata molto bene, chi ha cambiato città e gli è girata meno bene e chi invece, come la divagatrice, ha sostituito quella passione con un’altra o, per dirla di nuovo da biologa, ha preso un altro commitment. Ma tutto questo senza ricambio dal basso e senza una visione del futuro. Quello che poteva diventare un sistema maturo in grado di autosostenersi ha iniziato a degenerare, come capita nelle malattie neurodegenerative, dove hai un grosso potenziale rigenerativo lì a pochi passi, ma per qualche motivo non riesci a sfruttarlo. E il laboratorio che studiava la neurogenesi è degenerato anche (non solo ovviamente) per l’incapacità di dirigere degli equivalenti umani dei geni omeotici.

Questa storia iniziata male però finirà domani.

La Neuroscienziata farà l’ultimo concorso dei tre in tre settimane per un posto da ricercatore nell’università italiana. Il concorso non lo vincerà, così come non ha vinto i due passati e questo si sapeva dall’inizio, con la differenza che il concorso di domani è lì nel laboratorio della neurogenesi. Ci rimarrà male e penserà di aver fatto qualche errore o di non essere abbastanza forte e le passerà la voglia di fare questo mestiere.

Ecco, Neuro, no. Non c’è partita. È una rappresentazione teatrale e a te han dato la parte dell’antagonista figo che però perde. Vestiti bene, truccati, svuotagli davanti la tua valigia di articoli e fighezze, fai un bell’assolo di quelli che tiran giù il teatro e preparati un’uscita di scena col botto.

Tanto poi ci beviamo su.

perché io valgo. Sì, ma quanto?

luglio 15th, 2011 by bea

Quanto valete? Quanto valgono la vostra preparazione e l’esperienza che avete accumulato? Quando rende investire nella propria formazione?

La divagatrice è andata a fare un colloquio per un lavoro che sembrava tagliato addosso a lei. Nel bando veniva richiesta una laurea in Biologia, Biotecnologie e affini (celo, 110 e lode), un dottorato di ricerca (celo, Neuroscienze), almeno cinque anni di ricerca in Università (celo, 2003-2008), master o affini di comunicazione della scienza (celo, col rasoio di Occam), esperienze nella scrittura testi e nel lavoro redazionale (celo entrambi, sia per i libri sia per le riviste), abilità nella creazione di contenuti per il web (celo, qualitativa, ma anche tecnica con Query). Esperienza di lavoro con le scuole e nella progettazione e gestione di attività didattiche (celo, anni di lavoro alla Fondazione per le Biotecnologie).

Poi a voce hanno aggiunto che sarebbe stato un inserimento stabile in un gruppo di lavoro e che oltre a progettare attività didattiche e a gestirle, avrei dovuto occuparmi dell’ufficio stampa, della riprogettazione del sito, della creazione di kit didattici, della stesura di comunicati stampa e della conduzione di corsi di formazione per insegnanti. Insomma, un bel lavoro full time di responsabilità.

Ok, secondo voi, questa cosa qui, quanto vale? Che tipo di contratto mi hanno offerto?

Sotto con le offerte.

Del perché Richard Dawkins era meglio se stava zitto

luglio 12th, 2011 by bea

In questi giorni fra gli scettici anglosassoni è scoppiato un bel casino che vede protagonisti Rebecca Watson e Richard Dawkins.

Rebecca è uno dei volti noti dello star system scettico: gira per il mondo a far conferenze, scrive e conduce trasmissioni radiofoniche. Usa i social network, mette in piazza molti dei suoi affari e si mette parecchio in gioco. Nel corso di un TAM a Las Vegas ha anche sposato il suo attuale marito lì sul palco, tra una sessione e l’altra con gente tipo i Mythbusters per testimoni (qui il video). Ok, sono americanate, ma comunque dan l’idea di un personaggio che è tutto meno che timido.

Qualche giorno fa Rebecca era a Dublino per un incontro su ateismo e femminismo (o qualcosa del genere) e dopo la cena e i bagordi notturni si è ritrovata nell’ascensore dell’albergo alle 4 del mattino con uno dei partecipanti all’incontro. Ora, se voi, come la divagatrice, avete visto troppe puntate di Sex&The City vi immaginerete subito la scena di lei che gli fa gli occhioni intriganti mordendosi un labbro, lui che deglutisce e si allenta la cravatta, poi fa una battuta sarcastica e nella scena dopo i due escono dall’ascensore sbattendo contro tutte le pareti fino a scontrarsi con la porta di una camera che si apre per poi ritrovarsi la mattina seguente con lei che mentre si stiracchia lo tocca e si stupisce, come se quella che s’è mordicchiata il labbro fosse stata un’altra.

Ok, qua non siamo nell’Upper East Side di Sex&The City. Qui il livello è quello delle convention di fantascienza, qui siamo a Big Bang Theory, con le magliette con le formule e le barzellette sul gatto di Shroedinger. Quindi, insomma, va tutto ridimensionato, peccato che lo splendido abbia pensato bene di aggiungere un po’ di piccante a quel noioso viaggio in ascensore dicendole “ehi, il discorso che hai fatto oggi è stato molto interessante… ti andrebbe di continuarlo nella mia stanza?”.

Ora, io non la conosco personalmente la Rebecca, ma se fosse capitato a me, avrei alzato il sopracciglio e avrei pensato che era come minimo un coglione, non tanto per il bieco tentativo di approccio senza che io mi mordessi il labbro, ma perché non puoi chiedermi di continuare un discorso su ateismo e femminismo se quel che vuoi è sbattermi contro il muro e poi nel letto. Usa un cicinìn della fantasia che impieghi nello scegliere le magliette e cerca di far di meglio e magari poi mi mordicchio anche il labbro, se merita.

Sta di fatto che Rebecca s’è un po’ sentita a disagio, perché lei al tizio non aveva dato segnali di disponibiltà, non lo conosceva neanche un granché e comunque era sempre chiusa in un ascensore alle 4 del mattino. Ecco, son quelle cose che non fanno piacere.

E quindi, tornata a casa, ha parlato di questa cosa in un videoblog (dal minuto 4.30, circa ) dicendo serenamente: “maschi, sappiate che queste cose mettono a disagio. Non fatelo”.

Fra i tanti che riprendono questa sua cosa c’è PZ Myers, il blogger scientifico più seguito al mondo (almeno, così lui dice), che scrive una roba indignata a favore di Rebecca e della denuncia di questi tizi. Arrivano centinaia di commenti e a un certo punto scrive pure Richard Dawkins.

Visto che quel che scrive è una roba folle, non gli si dà molto credito. In fondo ognuno si può mettere il nickname che vuole e poi figurati se Sir Richard Dawkins si scomoda a commentare una cosa del genere dicendo poi cotante vaccate. Sarà un troll mascherato.
No, non lo è. È davvero lui, il paladino della laicità e della lotta agli integralismi religiosi che opprimono anche le donne.

Quali vaccate?
Dawkins spiega che nel mondo ci sono problemi ben più importanti e le donne sono seriamente in pericolo, mutilate, offese, eccetera e che la Skepchick ha poco da far la figa di legno solo perché uno le ha fatto delle avances. E conclude dicendo che, in fondo, un ascensore non è un ambiente ostile, sarebbe potuta scappare in qualsiasi momento schiacciando un bottone. Ma comunque la dimostrazione che Rebecca sta esagerando è data dal fatto che è uscita integra da quell’ascensore. Nessuno l’ha toccata né tantomeno violentata (queste cose le dice davvero, eh. Leggete i commenti linkati).

Allora, visto che forse Richard non ha capito il punto cercherò di spiegarglielo.

Caro Richard,

è vero che al mondo ci sono problemi ben più grandi del sentirsi a disagio in ascensore ed è anche vero che Rebecca non ha rischiato la vita e ne è uscita sana e salva, ma allora, se sei coerente, dovresti smetterla di sfrancicarci i geni con la tua battaglia al creazionismo. Sai, ci sono problemi ben più grandi e nessuno muore se per qualche anno si sente la storiella di Adamo ed Eva. Guarda me, son andata all’asilo dalle suore, mi han spiegato che il mondo era stato creato in sette giorni e adesso eccomi qui più evoluzionista che mai. Quindi, grazie per il consiglio, ma cerca di seguirlo pure te, oppure tieniti le tue battaglie e lascia che gli altri portino avanti le loro.

Poi, visto che sembri non comprendere il motivo del fastidio ti faccio un esempio.

Quando sono andata in Iran con la neuroscienziata siamo state fermate da ogni uomo che abbiamo incontrato per strada. Ogni metro era un tentativo di approccio. Hello. How are you? Where are you from? Ah, Italy, Venezia!
Quando l’interazione doveva prolungarsi (per esempio con i tassisti o con i gestori degli alberghi) si passava a chiederci dei nostri mariti e dei nostri figli, abbandonati evidentemente a casa, perché a trent’anni non è che puoi non essere sposata e avere figli. Quando gli spiegavamo che non eravamo né sposate, né madri allora si dividevano in quelli stupiti che pur di incasellarci da qualche parte se ne uscivano con cose del tipo “so, are you married… togheter?” e poi c’erano quelli che invece si illuminavano e intravedevano le zoccole che erano in noi occidentali e libere. E lì battutine idiote e spesso manate sul culo. A volte le manate sul culo c’erano già da subito, passeggiando per strada.
Insomma, degli iraniani che ho incontrato penso molte cose positive, siamo sempre state aiutate e in qualche modo protette senza mai sentirci in pericolo, ma di sicuro non siamo state rispettate. C’era un po’ questa idea che non potessimo rifiutare le avances, i complimenti a ogni metro e le manate sul culo.

Ecco, Richard è questione di rispetto. A me e sicuramente anche alla Rebecca le avances e le mani sul culo piacciono, ma non da chiunque, non dovunque e in generale non se non voglio.

Da te, per esempio, anche no.

la divagatrice

Avanti al centro contro gli opposti estremismi

giugno 1st, 2011 by bea

Avete sentito parlare dell’E-Cat, il reattore a fusione fredda (o simili) inventato da Andrea Rossi a partire da una vecchia idea di Focardi (e Piantelli) e presentato in conferenza stampa a gennaio all’Università di Bologna?

Da qualche mese se ne parla anche sui mezzi di comunicazione “tradizionali” e da qualche mese la divagatrice si trova a passar le serate a discutere in chat di protoni e chilowatt, di termocoppie e pompe peristaltiche, di nichel e catalizzatori segreti.

Funziona? Non si sa. Probabilmente no, ma non si può ancora dire. Per essere sicuri bisognerebbe togliere quell’aggeggio dalle mani del suo inventore e farci delle misure serie. Quindi, nel frattempo, che cosa si fa? Si aspetta e si indaga sul personaggio, sulla storia, sul quel poco che si riesce a vedere, su quel che potrebbe essere e, ovviamente, si discute parecchio.

Dovete sapere (e lo so che lo sapete già) che ogni categoria di scienziato (ma anche di tecnico o di semplice appassionato/incuriosito) guarda e ritiene importanti cose diverse.

Alla conferenza di Focardi a cui abbiamo assistito il prof. e la sottoscritta in un covo di fisici, a un certo punto, quando s’è capito che nell’E-Cat non venivano prodotti raggi gamma, è partito un brusio trasformatosi presto in commenti ad alta (a volte altissima) voce del tipo “eh, ma p non è mai p da solo!” o “non si parla di qualche gammino… dovrebbero esserci fiumi di gamma!” e via di sdegno. Poi tornata a casa, scrivo un commento su Facebook e un amico chimico mi dice sostanzialmente “chissenefrega dei gamma! L’importante è trovare il rame!”. Poi se leggete i commenti su Query scritti dagli ingegneri il rame e i gamma perdono qualsiasi importanza: “di che marca è la pompa? e la pinza amperometrica? e quella misura della secchezza del vapore? eh, come la mettiamo con la misura della secchezza del vapore?”. Poi ancora, prima della conferenza parliamo con Garlaschelli che se è il responsabile delle sperimentazioni del cicap un motivo ci sarà e dice che stiamo perdendo tempo a cercare di spiegare un fenomeno prima di sapere se c’è (tirando in ballo l’imperativo categorico di Hyman che ormai tutti conoscete avendo letto il nostro prezioso libro).

Ecco, se vi sembra un casino è perché lo è davvero, ma it’s science, baby. Funziona così ed è anche il bello. Funziona che ci si scanna e non ci si capisce. Funziona che ognuno vede il suo piccolo, minuscolo, orticello e sa fare il suo misero mestiere. Funziona che la comunità scientifica non può crederti sulla parola e se lo pretendi vuol dire che o non sai come funzionano le cose, oppure, se lo sapevi, te ne sei dimenticato. Funziona che il mainstream, il correntone della scienza “normale”, se provi a dire una cosa che attacca le basi della teoria prevalente, cerca di ucciderti, senza cattiveria, ma spietatamente. Funziona che quando sei consapevole del fatto che tutti ti daranno addosso e, nonostante questo, fai le cose alla carlona, alimenti il dubbio, fai le misure sempre in condizioni diverse, salti i passaggi, eccetera, poi non ti puoi lamentare. Funziona che quando hai per le mani qualcosa di multidisciplinare, devi accettare di dover far i conti con tutti gli esperti di tutte le discipline che guardano il loro piccolo pezzetto, storcono il naso, dicono cose a te probabilmente incomprensibili e, nella migliore delle ipotesi, ti danno dell’ingenuo.

Poi le grandi scoperte rivoluzionarie ci sono anche state. In qualche modo i geni il salto lo hanno fatto e le cose sono cambiate davvero e adesso possono essere usati da tutti gli aspiranti rivoluzionari per dire: ecco, vedi che quella volta lì tutti lo osteggiavano e invece poi lui ha avuto ragione?

Allora, così come capita che qualcuno dica agli Amici di Maria De Filippi che non basta voler cantare da sempre per essere la nuova Aretha Franklin e che se dopo un’esibizione tutti ti dicono che non sai cantare, forse è perché non sai cantare, sarebbe bello poter dire ai tanti aspiranti Einstein o Wegener che quando si hanno tutti contro si può essere sì dei geni, ma il più delle volte si è semplicemente preso il viale in contromano.

Poi però se fai il mestiere che facciamo noi quel qualcuno non puoi essere tu, perché il tuo ruolo è quello di ascoltare tutte le voci di tutti gli esperti in campo e cercare di tirar fuori qualcosa di utile per chi ti legge o ascolta. Se ci sono bufale devi provare a smascherarle e devi far quello che tiene un occhio attento sulla cosa per evitare che tutto sparisca in una nuvola di fumo.

Allora ti ritrovi lì nel mezzo che è la posizione peggiore, schiacciato tra due colossi che spingono per distruggersi reciprocamente, ma nel farlo attaccano te. Da una parte hai gli aspiranti Einstein e tutti i loro supporter che ti vedono come il difensore della torre d’avorio della scienza ufficiale e si ergono a paladini della giustizia perché loro hanno capito e la gente deve sapere che siamo di fronte a una rivoluzione epocale. Dall’altra hai i duri e puri, quelli che mi spezzo ma non mi piego, quelli che quella cosa lì non può funzionare, quelli che loro hanno capito e la gente deve sapere che siamo di fronte a un imbroglio epocale.

E va a finire che ti perdi a dar retta a questi due opposti estremismi piuttosto che far il tuo mestiere e fare in modo che la gente capisca qualcosa di più, pur essendo consapevole di essere il primo a non aver capito molto di tutta questa vicenda, se non che ci va tempo.

Quindi ho una proposta: li prendiamo tutti, ma tutti tutti, li mettiamo dentro alla torre d’avorio che tanto ne possiamo anche fare a meno, la schermiamo ben bene con il piombo per evitare che le radiazioni prodotte dalle loro collisioni e fusioni e tutto quel che volete vengano a darci noia e poi troviamo il modo di aprire un wormhole nel quale gettiamo la torre, sperando che approdi nel Triassico o giù di lì, dove merita di stare. Che ne dite?

Obama e il complotto dell’anagrafe

aprile 28th, 2011 by bea

“Non devi farlo sentire un coglione”, disse una volta l’ingegnere a una divagatrice alle prese con un fidanzato che diceva a parole di essere sicuro di voler chiudere la loro relazione e poi però nei fatti si comportava in maniera opposta.

Ieri Obama è stato costretto a mostrare a tutti il suo certificato di nascita in risposta al movimento dei “birthers“, quelli che cercano di farlo cadere negando che sia nato negli Stati Uniti. Li ha convinti?

Prima leggevo questo pezzo del Post e mi è tornata in mente la frase dell’ingegnere. No, non li ha convinti come non si convincono i fidanzati cercando di mostrare le incongruenze nei loro comportamenti.

I birthers infatti sono già ripartiti alla carica.

Non prova nulla. Potrebbe essere un falso.  Non ci sono forse più layer (livelli di Photoshop, ndd) nel documento rilasciato dalla Casa Bianca?Perché ci hanno messo così tanto a produrlo?

Già. Come ricorda il Washington Post, il movimento dei negazionisti è più agguerrito che mai perché

la natura di una teoria del complotto fa sì che tutte le informazioni debbano passare attraverso un setaccio molto semplice, ma altamente selettivo. Le informazioni che confermano la teoria vengono accettate. Quelle che la contraddicono sono rifiutate.

Semplice, no?

Quindi ci sono tutte le varianti tipiche dei negazionismi. Da quelli che negano l’autenticità del documento (la prova che sarebbe falso arriverebbe dalla dicitura “Africano” per il padre di Obama che è una definizione troppo politically correct per arrivare dagli anni ‘60. Perché non c’è scritto “negro”?) a quelli che invece cavillano sulla doppia cittadinanza del Presidente che renderebbe incostituzionale la sua elezione (i Presidenti americani devono essere “natural-born” e uno con la doppia cittadinanza pare che non lo sia).

Non è molto diverso da quello che succede per il negazionismo dell’AIDS di cui vi avevo raccontato qui. Ci sono quelli che negano l’esistenza dell’HIV, quelli che accettano l’esistenza dell’HIV, ma negano che provochi l’AIDS; quelli che sostengono che l’AIDS sia causato dai farmaci antiretrovirali e così via, tutti uniti dal nemico comune da combattere.

La teoria diventa una convinzione fondamentale che entra a far parte dell’identità del credente. E non si abbandona una fede per un semplice pezzo di carta che sembrerebbe – agli occhi di alcuni -confutare il nucleo centrale della teoria.

Quindi, come si fa?

Due soluzioni. La prima è quella di fregarsene e non provarci nemmeno. Never discuss with an idiot… e in certi casi è la soluzione migliore. Si punta a fare informazione per gli altri e si lasciano perdere i fanatici. Su Query abbiamo adottato una strategia del genere per la vicenda dell’FBI e degli UFO. Dici come stanno le cose, alcuni non ci credono e ti dicono che sei pagato dalla CIA per occultare tutto, ma tutti gli altri dovrebbero capire il punto.

Quando però le cose sono più complicate di una insalatiera che vola, quando si ha di fronte qualcuno con cui si può parlare, quando c’è un margine di dialogo possibile allora gli psicologi consigliano di girare attorno al problema. Di proporre una via d’uscita che permetta ai negazionisti di salvarsi la faccia, insomma, non farli passare per coglioni. Perché se neghi con convinzione una cosa e nel farlo ti esponi, poi non posso, se voglio provare a parlare con te, sbatterti in faccia le prove che stai sbagliando perché ottengo il risultato opposto. Scappi, radicalizzi la tua posizione, cerchi scuse, ti arrampichi sugli specchi e alla fine monti su un ambaradàn da un niente. Bisogna aggirare “la loro insicurezza invece che prendendola di petto”, riassumono sul Post.

Ecco, bella teoria, ma poi farlo in pratica è un bel casino…

uno speciale diluito

febbraio 7th, 2011 by bea

Oggi siamo online su Query e OggiScienza con uno speciale diluito nel corso della giornata sull’omeopatia.

Quando abbiamo finito vi racconto la genesi di ’sta roba e pure le motivazione che ci hanno spinti a farlo. Per il momento, seguiteci lì.

l’amore emulsionato

febbraio 6th, 2011 by bea

È da un po’ che non scrivo qui. Ed è un peccato perché scrivere qui mi fa bene, quasi come cucinare.

Ci pensavo ieri, mentre facevo i muffin. Ero stanca, incazzata, un po’ triste e mi son messa a cucinare per tirarmi su, solo che bisognerebbe usare queste cose come prevenzione e non come rimedi. Me lo dimentico sempre.

Perché ci va passione, cura dei particolari, scelta degli ingredienti giusti e son cose che non si riescono a fare se si è stanchi, incazzati e un po’ tristi.

Una volta, concedetemi la divagazione alla Sex & the City, una divagatrice innamorata ha scritto una lettera, di quelle che fanno ridere nella quale paragonava il mettersi assieme al fare la bagna cauda. Per farla bene ci va il coccio, le acciughe di Monterosso sotto sale sciacquate nel barbera, la giusta dose di aglio, olio di quello buono e moltissimo tempo e ancora più pazienza, perché i vari ingredienti si devono sciogliere l’uno nell’altro a fuoco lento. Puoi anche frullare tutto assieme subito e dargli una scaldata al volo, ma non è la stessa cosa. Come diceva la nonna ci va il tempo che ci va e se non ce l’hai mangia altro. Idem per le relazioni da metter su.

E ieri mentre cercavo di fare i muffin ho fatto una serie di errori di quelli che si fanno quando si è stanchi, incazzati e un po’ tristi. Non ho fatto sciogliere, né ammorbidire il burro, non ho ragionato sugli ingredienti, ho buttato uova, burro freddo e latte assieme e ho frullato. Il risultato è che è impazzito tutto. Che è già strano. Ma capita con le emulsioni, più spesso di quanto non si creda. Quante maionesi avete gettato via perché sono impazzite? La divagatrice molte, ma ha gettato via anche fondute, zabajoni, creme per tiramisù e un sacco di altra roba.

Vedete, un’emulsione è la metafora della coesistenza o, se volete rimanere in tema Sex & the City, dell’amore. Non solo riesce a far stare assieme cose diverse e che spesso non si sopportano, ma sfrutta proprio questa loro differenza per creare qualcosa di buono e spumoso, qualcosa che non ci sarebbe se le due componenti fossero separate.

E ieri, stanca, incazzata e pure un po’ triste, non avevo voglia di buttare via una cosa così importante e mi son messa a ragionare. Perché non applicare le regole della preparazione della bagna cauda al recupero delle emulsioni impazzite? E allora le ho dedicato tempo e passione e pure un po di logica, che male non fa.

Ragioniamo: come spiega qua il maestro, l’emulsione si forma quando le particelle di grasso ridotte a dimensioni microscopiche vengono incorporate nella parte acquosa, il tutto aiutato dalle molecole tensioattive, come la lecitina presente nell’uovo, che se ne stanno lì a far da collegamento e a tenere legate le due componenti. Per far questo bisogna frullare moltissimo per ridurre il tutto a particelle piccolissime, ma ci vuole anche un po’ di attenzione alle dosi. È pur sempre un equilibrio.

Se si esagera con il grasso l’equilibrio salta perché finisce che le particelle si uniscono tra di loro e formano quei grumetti schifosi che si vedono nelle maionesi (o nelle miscele per i muffin) impazzite. D’altronde se la nonna ci ha insegnato ad aggiungere l’olio a filo un motivo ci deve pur essere, no? Ecco, il motivo è che così si dà il tempo al frullatore (o alla forchetta nel caso della nonna) di sbattere il grasso, farlo ricoprire dalle lecitine e incorporarlo nella parte acquosa.

Uhm, quindi probabilmente ho messo troppo grasso, troppo freddo e tutto troppo assieme. In effetti avevo un burro di quelli particolarmente burrosi, un latte fresco intero bello grasso pure lui e solo un uovo a cercare di controbilanciare. Sarebbe impazzito chiunque.

E quindi mi son messa lì e ho cercato di ripristinare l’equilibrio. Ho dato una scaldata a bagno maria per cercare di smuovere quelle particelle di burro agglomerate (con la maionese non si può fare a meno che non siate partiti da ingredienti a temperatura di frigorifero) e ho aggiunto fase acquosa nella forma di un po’ d’acqua e tensioattivi nella forma di un tuorlo d’uovo.

E pian piano, quella roba schifosa e grumosa ha iniziato a diventare soffice e dopo un paio di minuti di frullatore era bellissimo e spumosissimo. L’amore emulsionato e ritrovato.

E quindi, dopo, mangiando i muffin, pensavo che nella vita ho buttato via troppe maionesi e troppi amori per non aver badato al mantenimento dell’emulsione così come avevo badato alla scelta degli ingredienti. Ma poi si impara a recuperare. Con le emulsioni è facile. Con gli amori meno.

la domanda dell’anno di Edge

gennaio 16th, 2011 by bea

Tra gli entusiasti lettori del bestseller che ormai tutti avete sui vostri comodini ci deve essere stato anche Steven Pinker che ha suggerito a Edge questa domanda per il 2011:

Quale concetto scientifico mettereste nella vostra cassetta degli attrezzi?

E hanno risposto in 160 tra i quali molti nomi noti a voi che leggete questo blogghe. Carl Zimmer e PZ Myers ci rimettono al nostro posto nel mondo proponendo il primo “la vita come effeto collaterale” e il secondo “il principio di mediocrità“. Craig Venter, che probabilmente intravede il business ci porta a guardare al di fuori di questo mondo perché  ”non siamo soli nell’Universo“. Sue Blackmore rispolvera il vecchio classico della “correlazione che non implica causalità“, mentre Michael Shermer sceglie l’attrezzo del pensiero “bottom up“, così magari la smettiamo di voler vedere progetti intelligenti ovunque. E di progetti, credo, parla anche Stefano Boeri riferendosi alla “prossemica della sessualità urbana“. Qualsiasi cosa voglia dire.

Buone letture.