Iran, nessun reporter tutti reporter

Giugno 23rd, 2009 by bea

La divagatrice è quasi senza parole e chi la conosce sa che è un evento piuttosto raro.
Non mi aspettavo che, in Iran, le cose prendessero la piega che hanno preso. Non ero pronta a vedere i video delle rappresaglie notturne o degli spari sulla folla. Non ero pronta a vedere i ragazzi morire dissanguati. Le immagini delle moto dei basiji che invadono le strade, degli elicotteri che lanciano acqua e gas (qualcuno dice acido) sulla folla e delle camionette che entrano in un campo sportivo trasformato in caserma, sono troppo simili a quelle descritte o viste nei film che raccontano anni terribili per il sudamerica.

Anni fa, in volo verso l’Argentina, ero seduta vicino a un farmacologo, un professore universitario in pensione, che lavorava come consulente per una grossa casa farmaceutica svizzera “si tienen un problema, yo lo resuelvo”. Era argentino, fuggito quando le cose avevano iniziato a mettersi male e adesso, ogni tanto, tornava a casa a trovare i parenti. Arrivati sopra la foresta che unisce Argentina e Brasile, io guardavo giù estasiata tutta quella meraviglia della biodiversità e lui con gli occhi lucidi mi dice “mis amigos estan allì”… io non avevo capito, non potevo capire o forse ero troppo scema per capire, lui se ne è accorto e ha continuato “en el vientre de los caimanes”.

Da allora, quando leggo, vedo o sento qualcosa di simile provo lo stesso brivido devastante di impotenza totale che ho provato in quel momento lì.
In questi giorni quel brivido è costante ed è accentuato dall’evolvere in peggio della situazione. I giornalisti sono stati rispediti a casa o arrestati, le conversazioni telefoniche (quando possibili) vengono intercettate, chi manda mail, scrive sui blog o cerca di mandare notizie via twitter rischia di venire individuato e incarcerato. E tutto questo da un lato fa aumentare la paura per chi sta là, perchè se non sai e non vedi pensi sempre al peggio, soprattutto quando quello che vedi è il peggio. Dall’altro lato ha mandato in tilt i cosiddetti media tradizionali.

Da che mondo e mondo ogni guerra ha i suoi reporter di guerra che poi vincono il Pulitzer, ogni strage ha il suo giornalista di stragi pronto a far vedere in diretta quello che è successo o sta succedendo.
Quello che sta succedendo là, invece (anche se è solo una sensazione, è presto per fare analisi), è una comunicazione dal basso costruita mettendo assieme tante piccole voci provenienti da tantissime persone diverse. In Iran in questo momento non c’è nessun reporter e sono tutti reporter.

Ma nessuna redazione era pronta a questo. Nessuno era pronto a doversi confrontare con fonti non attendibili, a doversi districare tra blog e social network o ad andare a vedere la provenienza e i movimenti dei vari twitter in giro per il mondo per capire se sono veri o fasulli.
E i risultati sarebbero comici se non si parlasse di una tragedia. Dal telegiornale che manda immagini e traduzioni dei servizi della TV di stato iraniana (che parla dei manifestanti come di terroristi) alle pagine dei quotidiani che per stare sulla notizia ed essere “ggiovani” mettono Twitter in homepage, senza filtri, per la serie arrangiatevi e districatevi voi tra i fake e i porno.

In tutto questo un barlume di speranza per l’informazione, almeno qua in Italia, arriva da Friend Feed, dove ezekiel ha fatto praticamente da solo il lavoro che avrebbero dovuto fare i giornali. S’è studiato le fonti, ha cercato di capire quali fossero quelle più affidabili, ha filtrato twitterate, video e blog e da sabato manda un flusso aggiornato e verificato di notizie che permettono di avere un quadro il più possibile veritiero della situazione là. Le trovate qui, su green-revolution.

Prima, in chat, gli ho detto che mi ricorda i licheni. Vivono in un ambiente ostile, nessuno li considera (avete mai regalato un mazzo di licheni?), spesso vengono calpestati, ma sono maledettamente adatti all’ambiente in cui vivono. Sono esploratori, vanno laddove nessuno vuole o può andare e alla fine, per il loro ambiente, quella è la strategia vincente.
L’ambiente sta cambiando e forse essere un po’ licheni in questo momento potrebbe non essere una brutta idea.

- il post è volutamente privo di link. Le cose cambiano troppo in fretta per essere messe qui (e anche questo è un segno dei tempi che cambiano). Andate su green-revolution di FF -

quelle che… abbiam perso la Persia

Giugno 18th, 2009 by bea

La divagatrice e la neuroscienziata alla fine si sono messe d’accordo. Fatti annusare ai topi tutti i profumi e chiusi tutti i progetti in scadenza una mattina di qualche tempo fa, nell’ufficio della neuroscienziata, hanno comprato i biglietti e iniziato la procedura per avere il visto. Chiedi a questo, chiedi a quello, versa 30 euro a quest’agenzia e versane 60 a quell’altra. Poco dopo è iniziata la raccolta di cose strambe dagli amici: la cintura salvasoldi, il camicione nero sformato che aveva comprato l’amica quella volta che si sentiva un mostro e la sciarpina nera da mettere in testa ma vedi di portarla indiero che ci tengo.
I genitori alla fine si erano anche convinti. Il babbo della divagatrice aveva visto Alle Falde del Kilimangiaro e sapeva tutto delle cupole di Isfahan, della tomba di Ciro, delle torri del silenzio di Yadz e la mamma della neuroscienziata, sfogliando la Lonely Planet aveva anche pensato di aggregarsi. Inoltre, Niloofar, l’amica iraniana di Facebook, raccontava di giovani che danzano nelle strade di Teheran, di clima molto positivo e di voglia di mandare a casa Ahmadinejad.

Un sogno.

Poi però è suonata la sveglia delle elezioni a pochi giorni dalla partenza. Vince Ahmadinejad e succede quello che vedete sui giornali. Improvvisamente i cellulari delle due aspiranti viandanti hanno iniziato a squillare senza sosta. Ma siete sceme? Ma la Svizzera non era meglio? Potevi andare a Rimini e trovarti un fidanzato invece che sbatterti lì, no? E la prossima volta che fai, vai in Yemen? No, tu in Iran in mezzo ai selvaggi non ci vai… e via così. E non si può nemmeno dire che son stereotipi, che in fondo è un posto tranquillo, che là è come stare qua, che sono solo esagerazioni, perchè là non è come sare qua, perchè le proteste ci sono davvero, perchè i giornalisti li han mandati via sul serio e le comunicazioni le han bloccate immediatamente.

E quindi, giù di news in continuazione, le twitterate da Teheran in homepage, mannaggia potevo imparare a leggere il farsi, pronto Farnesina? Si certo, possiamo anche non andare, ma è pericoloso? Ah, avvisiamo l’ambasciata, sì…

E quindi, alla fine, dopo giorni e giorni di pensieri, consigli e valutazioni, l’amico storico (nel senso che è un amico da una vita e che, incidentalmente, fa anche lo storico a Teheran) ci ha fatto sapere che là è tutto bloccato: no telefoni, no internet e no trasporti interni. Venite pure, non è pericoloso, ma rischiate di rimanere bloccate a Teheran per due settimane.

E quindi si rimane qua, almeno fino a quando non si sarà stabilizzata la situazione.
In uno dei prossimi post parleremo dell’importanza della comunicazione e dell’esplosione di Twitter (ne stanno parlando in tanti), ma per il momento andiamo a berci una birra riparatoria.

una specie di appello

Giugno 12th, 2009 by bea

nullcaro PGO,

non posso dire di essere una tua fan, ma vengo a sentire le tue conferenze sempre con piacere. Non ho mai letto i tuoi libri, ma il chimico, quando bazzicava da queste parti, me ne leggeva ampi stralci e trovavo il tutto molto romantico.
Adesso, ogni sera ascolto il tuo “Buon compeanno Darwin” su Radio2. Mi piace il tuo stile, riesci a raccontare le storie e questo è lodevole. E da divagatrice non posso non apprezzare le tue numerose divagazioni che permettono di agganciare Darwin all’attualità. Mi piace anche la collocazione nel palinsesto, inusuale per un programma che parla in qualche modo di scienza e che permette di raggiungere un “bacino d’utenza” nuovo.

Ma ti devo chiedere un grosso favore. Un favore personale, anche se non ci conosciamo direttamente: il plurale di specie è specie e non speci.

Lo so, è una sciocchezza e ci sono cose più importanti delle quali discutere e per le quali fare appelli. So anche che in passato si usava il plurale come lo usi tu (e sei in buona compagnia, Italo Svevo parlava di evoluzione delle speci), ma cerca di capirmi… sono un’appassionata di evoluzione, mi occupo di comunicazione della scienza e ogni volta che sento dire “speci” mi viene una sincope e non credo mi faccia bene.

PGO, fallo per me.

la divagatrice

il PD e il PUS

Giugno 6th, 2009 by bea

Una divagazione politica.

In questo periodo i divagatori stanno tenendo un corso di formazione per tutor e capita di ragionare sui vari modelli comunicativi e sulla loro evoluzione nel tempo. L’altro giorno si parlava di Public Understanding of Science, per gli amici (infelicemente) PUS, un modello nato negli anni ‘80, basato su un’idea ottocentesca di scienza e che ci portiamo dietro (in certi ambienti) ancora oggi.

Per il PUS c’è la scienza da una parte, c’è la società dall’altra, ci sono un sacco di vuoti conoscitivi e il ruolo del divulgatore è quello di andare a colmare questi vuoti, semplificando (divulgando, appunto).
L’idea di fondo non era nemmeno sbagliata: se non conosco diffido, se conosco mi fido. Tutto semplice, non fosse che non ha mai funzionato.

I saggi sul fallimento del PUS non si contano nemmeno più, ma comunque è un metodo che è ancora largamente diffuso. Non c’è incontro, tavola rotonda o convegno nel quale l’Ordinario di turno se ne esca con “siamo circodati da ignoranti!” o “il problema è la stampa!” o “facciamo vedere i grafici!”.

I fatti e gli studi psicologici e sociologici su queste cose han dimostrato che il problema è immensamente più complesso. C’è una grossa componente legata alla fiducia che si è andata via via sgretolando sia nei confronti della scienza sia degli scienziati (semplifico e banalizzo, ma il discorso è lungo e complesso e non è questo il luogo per affrontarlo).

In questi giorni di campagna elettorale (e di dubbi lancinanti sul “cosa diavolo voto?”) la strategia delle alte sfere del Partito Democratico mi sembra molto simile al PUS. I vuoti conoscitivi e i buchi nell’informazione ci sono, anche (e, forse, soprattutto) in questo caso, ma non è quello il punto.
Non si può pensare che “se solo la gente sapesse” allora voterebbe in massa per il PD e smetterebbe di dar fiducia a Berlusconi. Non serve mostrare i dati di quanto si sia andati a ramengo in questi anni. Non serve far sapere quante leggi ad personam sono state fatte, così, così come non serve mostrare foto imbarazzanti o discorsi contradditori.
Sono cose che devono essere fatte, per una questione di correttezza e di etica dell’informazione, ma non ci si può limitare a quello.

Il problema è quello che tira fuori Luca De Biase in un bellissimo post (da leggere tutto): la società soffre perché non vede da nessuna parte chi la rappresenti.

L’informazione è importante, ovvio. Ma ci vuole qualcosa di più. Serve un’alternativa concreta, serve un qualcosa di totalmente differente in cui credere. Bisogna riconquistarsi la fiducia proponendo un modello alternatvo che sappia comunicare il messaggio anche con il mezzo utilizzato e non si limiti a scimmiottare (malamente) l’avversario.

Nel nostro mestiere il numero dei comunicatori della scienza che hanno definitivamente abbandonato l’approccio del PUS frotunatamente aumenta. Nel PD un approccio diverso non è così diffuso, ma qualcuno che ci prova c’è.

E, citando Calvino (e chi le ha girato la citazione), la divagatrice ha capito, che nel lavoro, così come in politica è importante cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non e’ inferno e farlo durare e dargli spazio.

tutti al mare

Maggio 29th, 2009 by bea

Visto che il prof. continua a farci sapere dei suoi spostamenti, la divagatrice ha deciso di farvi sapere (anche se la cosa temo non vi interessi) che domani questa foto qua sotto potrebbe scattarla lei.

castiglione

Si va a Castiglione della Pescaia, in località Roccamare, con la neuroscienziata (ché la casa è della sua nonna), il divagatore e altri 6 personaggi (probabilmente in cerca d’autore).

La neuroscienziata si porta dietro il necessario per fare le correzioni a un paper sui suoi topi dal naso fino e i divagatori si portano dietro il necessario per cercare di chiudere i progetti per ESOF e preparare la prima lezione del corso di formazione per i tutor del Life Learning Center. Però, al momento, sono anche previsti una chitarra, un clarinetto, Jungle Speed (gioco francese diabolico in grado di trasformare la più mite pecorella nel più feroce degli orchi) e la Lonely Planet dell’Iran per studiare in vista del viaggio.

Cercheremo di conciliare il duro lavoro con l’allegro cazzeggio, certi che il Chianti saprà aiutarci nell’ardua impresa.

Buon ponte a tutti.

Preghiera darwiniana, il reading

Maggio 21st, 2009 by bea

lella costa

I casi della vita.

Ieri parlavamo di Ida e di come le misconcezioni sull’evoluzione - l’idea di anello mancante o, come dice Fabio nei commenti al post precendete, il bisogno di anelli mancanti - siano radicate nella nostra cultura. E ieri sera ho avuto la fortuna di partecipare al reading di Lella Costa di Preghiera Darwiniana, il libro di Michele Luzzatto uscito un annetto fa.

“Ma che coincidenza è? Sei sempre lì che parli di evoluzione…”
Vero, infatti parliamo d’altro, circa.

Ieri sera mentre guardavo il pubblico che guardava Lella Costa che leggeva il libro di Michele pensavo “questo è l’unico modo per comunicare quella cosa lì”.
Nel caso del libro quella cosa lì è il nocciolo del dibattito sull’evoluzione. Il rapporto tra scienza e fede. Tra quello che vorremmo fare e quello che possiamo fare. Tra i limiti che impone la Natura e quelli che ci imponiamo noi esseri umani parlando a nome del nostro, se ce l’abbiamo, Dio. Vi sembra poco? E’ il punto centrale di tutte le discussioni in corso che vedono la scienza e i suoi derivati come protagonisti. E nessuno riesce a far passare (anzi, a far “arrivare”) alcunchè su quel tema lì.

Michele ha scritto un monologo. Come Darwin anche lui ha lasciato passare molto tempo prima di pubblicare. Vent’anni di pensieri e ragionamenti condensati in 90 pagine. Forse inizialmente voleva scrivere un saggio, ma gli è venuto un monologo. Una storia, che ha un inizio e una fine, che ha dei tempi, un ritmo variabile, alcuni tormentoni che ti fanno familiarizzare con il racconto, si ride e si piange (non si direbbe, ma sotto la corazza della divagatrice, batte un cuore molto sensibile) e a un certo punto vuoi che chi legge acceleri per vedere come va a finire.

Che poi è vero che Lella Costa non è l’ultima arrivata, ma come ci diceva lei dopo lo spettacolo, alla fine basta leggerlo così com’è per sentire quelle cose. E quello che ti dà quella lettura o un ascolto collettivo come quello di ieri non è paragonabile a nessun saggio, a nessuna lezione e a nessun documentario. Quelle son parole che arrivano dritte dritte alle parti meno razionali del nostro cervello e va bene così, proprio come una telenovela (e spero che l’autore non me ne voglia per il paragone).
Poi che si usino le vicende della Bibbia o quelle di Palazzo Palladini poco conta. Quel che conta è che alla fine uno capisce. Anzi, no: fa suo.

Da tempo i divagatori si stanno interrogando sui mezzi da utilizzare per comunicare quella scienza che viene percepita con le parti meno razionali del cervello, quella che fa paura, che fa discutere e arrabbiare. E l’arte, nelle sue varie declinazioni (avrete capito che per la divagatrice, anche le telenovelas sono arte) ultimamente è una delle risposte che si stanno dando.

preghiera darwinianaAnche se, come direbbe Michele, per la tradizione ebraica (talmudica, se ricordo bene), le risposte son noiose. Quel che conta è farsi le domande giuste.

Preghiera darwiniana, Michele Luzzatto, Raffaello Cortina Editore, 2008. 9 euro.

Anelli mancanti? No, grazie, siamo a posto.

Maggio 19th, 2009 by bea

idaFinalmente han trovato l’anello mancante tra uomo e scimmia! Eccola, è Ida, un fossile di un animale vissuto 47 milioni di anni fa grande come una marmotta, con una coda simile a quella dei lemuri, ma “con un pollice opponibile, unghie al posto degli artigli e, nelle zampe posteriori, elementi che lasciano intravedere il passaggio dall’andatura a quattro zampe alla camminatura eretta.”

La povera Ida è morta giovane, probabilmente intossicata dalle esalazioni tossiche emesse da un vulcano e si è conservata molto bene, come potete vedere.

Ok, ma è vero?
Il fossile sì. Il fatto che sia un anello mancante no.
No, la divagatrice non è diventata improvvisamente creazionista, continuo ad avere il pelouche di Charles Darwin lì di fianco al computer a vigilare sopra quello che scrivo. Ma proprio perchè all’evoluzione ci tengo, sto facendo una gran fatica per cercare di raccontarla in maniera corretta.

Da qualche tempo ho ripreso in mano le bozze dei capitoli sulla classificazione degli esseri viventi per un libro di testo che sto scrivendo. E rileggendole mi son resa conto che mi facevano lo stesso effetto che mi han sempre fatto tutti i capitoli sulla classificazione degli esseri viventi che mi è capitato di leggere o studiare: molta noia e una serie di nozioni da imparare, ma prive di un filo conduttore. Come se i vari phyla fossero messi lì, uno dopo l’altro come le figurine dei Gormiti. Prima trovi le briofite, poi ci sono le pteridofite, poi le speramtofite che si suddividono a loro volta in angiosperme e gimnosperme, ecc… E alla fine impari che le angiosperme hanno i fiori e i frutti e sono più “evolute” delle briofite che la loro massima aspirazione è andare a fare il muschio dei presepi.

E quindi, cercando un po’ di materiale didattico sulla faccenda perchè ero sicura che qualcuno si fosse posto il problema prima di me (per quanto la divagatrice pensi di essere molto avanti, sa di non essere l’unica a esserlo…), mi sono imbattuta in questo articolo di Pikaia che ne riprende un altro appena uscito su Evolution: Education and Outreach.

Il succo è che:
- gli anelli mancanti non esistono (eh, no, mi spiace) perchè l’evoluzione della vita sulla Terra non è una catena che va dal primo batterio spuntato all’ultimo uomo nato, ma è qualcosa di più simile ad un cespuglio (o ad un albero o, come piaceva pensare a Darwin, ad un corallo).
Giorgio Tarditi Spagnoli su Pikaia dice “Se la Grande Catena dell’Essere non ha più ragion d’essere perché manchiamo di capire che ciò che manca non sono certo gli anelli mancanti?”

- il progenitore comune a due specie non deve necessariamente avere caratteristiche intermedie ad entrambe le specie. Non c’è la par condicio nell’evoluzione.

- smettiamola con queste rappresentazioni a scaletta dell’evoluzione. Basta figure della scimmia che diventa uomo. Basta con i diagrammi dei passaggi da muschio a pianta da frutto. Iniziamo ad usare gli evogrammi.

Cosa sono gli evogrammi?
Eccone un esempio sull’origine dei tetrapodi dove c’è la nostra amica Tiktaalik.

evogram

In pratica un evogramma è una rappresentazione grafica dell’evoluzione di una caratteristica specifica. Non si prendono le specie piazzandole lì come le figurine, ma si racconta una storia, che nel caso della figura è la storia dell’evoluzione dell’arto, ma si può fare per tutto (anche per le piante: foglie, fiori, semi, ecc).

La divagatrice, che adora le storie, adesso sta cercando di scrivere le puntate della telenovela della vita sulla Terra, dove non ci saranno gli anelli mancanti e le piante da frutto non saranno più evolute dei muschi.

grazie a Pac per la segnalazione di Ida.

la dura realtà (virtuale)

Maggio 6th, 2009 by bea

Marika ha iniziato a produrre cartoni animati, usando Xtranormal.
Sul sito dicono che If you can type you can make movie e Marika dice che in venti minuti ha realizzato la prima puntata… la divagatrice  dopo aver impiegato mezz’ora una sera per far dire “ciao” ad un omino ha deciso che i cartoni animati non fanno per lei.

Probabilmente su youtube si trovano decine di carotni realizzati con quel coso, ma la serie prodotta da Marika è particolarmente bella perché è coerente col mezzo e per chi si occupa di comunicazione (in particolare della scienza) la coerenza è fondamentale. Gli omini (bisognerebbe chiamarli avatar) parlano di loro stessi e dei problemi che incontrano nella loro “vita”. Ci sono le frustrazioni di chi vorrebbe avere le ali o un vestito figo come gli avatar di SecondLife e invece al massimo gli si può cambiare colore dei capelli ed emerge la voglia di provare emozioni e sensazioni come i propri corrispondenti umani. Non so se sia voluta, ma in tutta la serie c’è una tristezza di fondo, come in certi film d’essay che ti fanno uscire dal cinema con un peso sullo stomaco. Penso all’omino che racconta di quel suo amico avatar di Skype abbandonato dal suo umano per passare a twitter o di quello di SecondLife che aspetta da tre mesi che il suo umano torni ad animarlo, ma si sa che dopo tre mesi non tornano più

La divagatrice adesso pensa a tutti gli avatar che ha creato e abbandonato e in particolare ad una, quella di SecondLife, Irina, bellissima, con lunghi capelli biondi (ma senza ali). Irina l’ha accompagnata a vedere molte isole e le ha permesso di chiaccherare con altri avatar trovati per caso (pochissimi) nelle isole in cui si faceva divulgazione. Poi una sera la divagatrice ha deciso che quel vestito di default non rendeva onore alla bellezza di Irina e ha deciso di trovarle qualcosa di originale. Così l’ha svestita e ha iniziato a cercare magliette, jeans, gonne e Irina sempre lì nuda ad aspettare. Poi è squillato il telefono “ciao divagatrice, ci sei per una birra?”. La divagatrice ha lasciato Irina lì, nuda, promettendole che al ritorno l’avrebbe vestita, ma son passati più di tre mesi ormai e, si sa, che dopo tre mesi non tornano più

non è neanche avere un’opinione

Maggio 3rd, 2009 by bea

partecipazione al sermig

C’è una canzone di Giorgio Gaber che dice “libertà è partecipazione”, noi oggi a Torino e Firenze, abbiamo dato una prova di democrazia partecipando, a questa giornata e siccome, oggi è anche il 25 aprile, questa partecipazione ha, per così dire, un valore doppio.

A parlare è un Corrado Augias visibilmente commosso, alla fine di una giornata intensa alla quale la divagatrice ha preso parte.

Sono seriamente in difficoltà. Ho provato a lungo a pensare ad una forma da dare a questo post e infatti è passata una settimana da quel sabato di fine aprile al Sermig e ancora non ho scritto niente. Il problema è che raccontare le emozioni non è mestiere da divagatori. E, invece, là si giocava con le emozioni, in maniera abbastanza forte.

Alla fine, le cose che avrei potuto dire da divagatrice le trovate riassunte qua, nel documento buttato giù in tempo reale nel quale sono riportate tutte le fasi dell’evento. Ci trovate i risultati delle votazioni, le considerazioni che arrivavano man mano dai tavoli e le proposte per una nuova legge. Ci hanno detto che lo porteranno in Parlamento e di questo sono molto contenta, anche se so che non avrà un particolare peso politico.

Ma, indipendentemente dalle ricadute imediate di quella giornata, ho imparato tre cose.

La prima è che avere un’opinione non basta. Lo so che la maggiorparte dei cittadini non ha nemmeno un’opinione, ma per riuscire a cambiare davvero le cose bisogna sporcarsi le mani, mettendo in conto di stare nel fango a lungo.
La seconda è che sintesi non vuol dire media fra le varie posizioni. Non vuol dire trovare un punto circa a metà sull’ipotetica retta che collega gli “opposti estremismi”, ma vuol dire mettersi in gioco, indossare gli occhiali che ti permettono di vedere la questione sotto un altro punto di vista per produrre qualcosa di nuovo, che non ci sarebbe stato senza quell’incontro. In quel senso sintesi vuol dire arricchimento e crescita.
La terza è che la partecipazione, fatta in quel modo, è uno strumento potentissimo del quale, chi fa il mio mestiere, non può più fare a meno, soprattutto se si lavora nel campo delle tematiche scientifiche controverse.

Il resto lo lascio cantare a Gaber.

Qui i post precedenti sull’argomento.

Primo Maggio: dove stare?

Maggio 1st, 2009 by bea

Manifestazione del Primo Maggio. I divagatori hanno cercato per un po’ di collocarsi nel corteo, ma, tra bandiere di partito, striscioni di scuole, centri sociali e sindacati, non hanno trovato nulla che fosse in grado di rappresentarli. E mentre si saltava da un posto all’altro la divagatrice ripensava al dialogo fra Giovanna Zucconi e Michele Serra sentito qualche sera prima al teatro Carignano per la Biennale Democrazia.

Serra raccontava che ogni mattina, appena sveglio, guarda le notizie su canale 5, segue meteo e oroscopo, poi scende, compra qualche quotidiano, guarda a scrocco la prima pagina di Libero e una volta risalito a casa, si mette a lavorare per l’Amaca di Repubblica. Quando nella lettura dei quotidiani trova una notizia che potrebbe essere interessante approfondire la mette da parte e ci ragiona su per tutta la settimana. Poi il lunedì, ogni lunedì, si sveglia, canale 5, meteo, oroscopo, giornali e prima pagina di Libero, risale e scrive la Satira Preventiva dell’Espresso. Ogni lunedì mattina, per un’ora e mezza in media, tre se va male, lui sta lì e lavora alla rubrica. E nel corso della chiaccherata ha ribadito più volte il concetto che lui lavora, che quello per lui è un lavoro a tutti gli effetti con le regole e i modi del lavoro. Quindi, scrivere, anche cose divertenti, è un lavoro che richiede ovviamente del talento, ma anche - e, forse, soprattutto - una buona dose di fatica per affinare, limare, imparare i trucchi che permettono di catturare i lettori e trasmettere un messaggio. E sono lavori anche quelli di molti di noi, abituati ormai a rispondere alla sequenza di domande “Che lavoro fai? Ah, diavagazione… cioè? Ah, bello e… dove?”

Quindi, alla fine di questo Primo Maggio assolato (almeno qui a Torino), la divagatrice rivolge il suo augurio in particolare a quei lavoratori un po’ precari, che non hanno un sindacato, che fanno un lavoro “atipico”, che magari dedicano la metà del proprio tempo a quello che vorrebbero fare e l’altra metà al call center che gli permette di pagare l’affitto e in generale a tutti quelli, che, come lei, non sanno bene dove mettersi.


Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported
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