Le Hawaii e le Tonga sono due arcipelaghi polinesiani appartenenti allo stesso Oceano, quello Pacifico, ma separate da una notevole distanza sia culturale che geografica.
Infatti, i due arcipelaghi sarebbero a “sole” sei ore di distanza, considerando un normale volo aereo di linea. Di fatto, i due arcipelaghi non sono connessi agevolmente in modo diretto, è necessario fare scalo alle isole Fiji o in Nuova Zelanda, come nel mio caso, riuscendo ad allungare anche del doppio il percorso.
Per rimanere quindi nell’ambito del mio biglietto “giro intorno al mondo” giungo nel Regno di Tonga dopo un viaggio complessivo di 12 ore che mi porta prima ad Auckland e poi finalmente a Nuku’Alofa la capitale dell’ultimo Regno del Pacifico nonché uno dei più piccoli stati del mondo con soli 95.000 abitanti.
Le Hawaii rappresentano il “Nord” del mondo o quello che noi amiamo chiamare “l’Occidente”, Tonga rappresenta quel “Sud” del mondo perennemente “in via di sviluppo”.
La distanza è anche culturale, perché dal modernissimo ed ipermassificato stato polinesiano delle Hawaii, si giunge in quella che ancora oggi con dignità di causa si può definire “l’Ancient Polinesia” un luogo che, a differenza della maggior parte degli arcipelaghi del Pacifico (dove è rappresentata ormai solo nelle brochure per turisti) sfruttati fino all’eccesso da parte dei circuiti turistici globali, ha mantenuto -realmente- molte delle bellissime e genuine usanze e dei costumi che sono andate letteralmente persi altrove.
Giunto al mio sesto Giro del Mondo e con decine di nazioni visitate in questi anni, posso ancora affermare con convinzione, che la definizione di “Paradiso in Terra”, per quanto mi riguarda, coincide ancora con alcuni remoti atolli di questo ultimo regno polinesiano che ha avuto per merito o semplicemente per mancanza di iniziativa commerciale, la capacità di preservare alcuni valori e mantenere intatti la maggior parte dei meravigliosi luoghi presenti. La distanza fisica, veramente notevole dal “mondo civile”, il relativo basso numero di abitanti (basti pensare ad alcuni luoghi stupendi ma iperpopolati e sfruttati in Africa o nell’Asia), la stabilità politica rafforzata dalla volontà di non concedere grande spazio alle grandi corporation mondiali, hanno fatto sì in questi anni e -soprattutto- con grande probabilità faranno sì che nei prossimi decenni, che i “tesori” di questa nazione saranno sempre più apprezzati in tutto il globo proprio perché sempre più rari ed introvabili.
In tutto questo si innesta una riflessione sulle tecnologie e sulla scienza delle città che è stato il filo conduttore dei miei precedenti diari telematici.
Dalla mia ultima visita, quattro anni fa, l’evoluzione tecnologica in questa nicchia polinesiana si è letteralmente cristallizzata. Il notevole salto tecnologico, avvenuto tra la fine del 2003 e l’inzio del 2004 con l’utilizzo della tecnologia Internet per coprire la maggior parte degli arcipelaghi attraverso il WI-FI e la copertura delle telefonia internazionale attraverso l’IP (che aveva reso allora come peraltro oggi estremamente conveniente l’utilizzo della telefonia internazionale), non ha prodotto ulteriori evoluzioni. E’ una logica che rientra perfettamente nel modo di pensare di questo popolo: una volta soddisfatto il “bisogno primario” di comunicazione -allineandosi agli standard del mondo occidentale- non si è fatto nulla per soddisfare ulteriori “bisogni superflui” di cui sinceramente questo popolo non sente la necessità.
Per farla breve, credo che gli Online Social Network -alla FaceBook- che a mio avviso rappresentano il vero specchio di quella “solitudine” ed “isolamento del singolo”, tipici del mondo occidentale, qui non prenderanno piede con grande rapidità, così come le grandi catene di fast food americane non hanno mai veramente preso piede in questi 30 anni in Italia, nonostante le pressioni e gli “interessi” delle grandi corporation mondiali.
Perché andare a cercare in Rete una “socializzazione” che qui è la cosa più naturale del mondo, perché cercare finti amici (quelli che poi non ti salutano sul posto di lavoro) su FaceBook, quando l’amicizia in questo luogo è spontanea e molto spesso disinteressata, favorita dal clima, da una situazione di Serendipity sia tecnologica che sociale, al limite del fatalismo.
E’ ancora oggi un popolo giovane e spontaneo, trasparente come la mancata privacy di Facebook.
Con questa riflessione si avvicina al termine il mio viaggio nel Regno di Tonga ed inizierà dai prossimi giorni il lento ritorno verso quell’Europa “fredda” ed in costante invecchiamento, in declino sia sociale che economico di cui l’Italia rappresenta purtroppo l’emblema.
2 Responses
Facebook a Tonga - Vittorio Pasteris
03|Jan|2009 1[...] Pietro Gentile Dalla mia ultima visita, quattro anni fa, l’evoluzione tecnologica in questa nicchia polinesiana [...]
scienza2punto0
09|Jan|2009 2Quello che mi è venuto in mente poi è ma perchè alla fine le persone che vivono in tali posti non danno niente in termini d’innovazione ma si trovano sempre a rincorrere e ad adattarsi? Forse il clima troppo buono
E poi non è un rischio per loro che vivono in un paradiso dalla socializzazione spontanea e molto spesso disinteressata aver fatto tale salto tecnologico che potrebbe immettere utilitaristici elementi occidentali? (incluso Facebook).
La mia opinione (ma penso che prima di me molti già l’hanno detto) è che l’invenzione nasca in “hot spots” non solo dal punto di vista climatico, ma più che altro dal punto di vista culturale, del melting pot, del mescolamento. E in questo le città sono ancora predominanti. Vivere in una piccola provincia dove vedi sempre le stesse facce è una socializzazione spontanea ma anche un pò semplice. E’ tranquilla, non pungola. Forse i Social Network non rappresentano solo “solitudine” ed “isolamento del singolo”, ma anche sprovincializzazione, abbattimento della ormai atavica barriera costituita dalla dimensione del posto in cui si vive.
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