05 Feb
Posted by: cittascienza in: Tecnologia, Viaggi
Le tecnologie informatiche ed architetturali più sofisticate,
al servizio della più fantasmagorica opera mai creata dall’essere umano.
Pietro Gentile – Dubai, gennaio 2010
Con i suoi 828 metri di altezza sarà probabilmente il simbolo dell’inizio della seconda decade del ventunesimo secolo, ma è anche l’esempio di come l’essere umano voglia continuare a sfidare sè stesso, la natura, ed il tempo, nella realizzazione di opere destinate a durare non solo fisicamente, ma anche a rimanere nella storia e nella memoria collettiva dei miliardi di abitanti che si susseguiranno su questo Pianeta.
A Dubai, il 4 gennaio 2010, è stato inaugurato quello che era già da alcuni mesi (quando ancora era in fase di completamento) il più alto grattacielo al mondo, la più alta struttura abitata al mondo, nonchè da pochi settimane la più alta struttura in assoluto mai costruita dall’umanità. Terminato in soli 1325 giorni, ha visto l’intervento al massimo della suo picco realizzativo di ben 12.000 operai e tecnici.
Rimangono ancora avvolte nel mistero le sofisticatissime tecniche che hanno permesso la realizzazione di tale meraviglia da parte dei progettisti e realizzatori della EMAAR (in collaborazione con la Samsung C&T e la Arabtec), la società che ha finanziato l’opera e che ha nel proprio portafoglio la realizzazione di quasi un terzo di tutti i grattacieli di Dubai.
Sicuramente le migliaia di simulazioni effettuate con supercomputer potentissimi hanno potuto aiutare i progettisti nella fase di ideazione per generare un’opera destinata a sopportare le pazzesche temperature dell’estate araba con picchi che raggiungono i 50 gradi centigradi, i forti venti che all’altezza di 800 metri spesso soffiano con diversa velocità rispetto alla base, nonchè intemperie a noi sconosciute quali le insidiose tempeste di sabbia o ipotetiche scosse telluriche, in un’area del mondo situata a poche centinaia di chilometri dall’Iran tristemente noto per la forte attività sismica.
Per avere un’idea di ciò che è stato inaugurato il 4 gennaio 2010 a Dubai, basti pensare che il precedente detentore del record di grattacielo più alto del mondo si trova a Taiwan, il “Taipei 101”, ed è alto “solamente” 509 metri: le precedenti detentrici, le “Petronas Twin Towers” di Kuala Lumpur sono alte “solo” 452 metri ed il “mitico” Empire State Building di New York, detentore del titolo per quasi 40 anni, è oggi un “nanetto” da 381 metri.
Il “salto” rispetto ai precedenti detentori è quindi superiore a 300 metri, più di qualsiasi grattacielo presente in Italia. Al momento non esiste alcuna opera al mondo in fase di costruzione o di progettazione avanzata, che possa mettere in discussione tale primato. E’ presumibile quindi che tale “record”, a differenza dei precedenti, sia destinato a rimanere imbattuto per almeno una generazione, anche in considerazione delle enormi difficoltà tecniche da superare per andare oltre tali dimensioni.
La cerimonia di inaugurazione che ha avuto luogo il 4 gennaio 2010 è stata semplicemente strabiliante agli occhi dei partecipanti tra i quali abbiamo avuto l’onore di essere presenti.
Una folla, che secondo le stime ufficiali ha superato le 100.000 persone, si è riunita lungo il perimetro delle Fontane Luminose e del Mall of Dubai (tanto per rimanere in tema, il più grande centro commerciale al mondo costruito alla base del grattacielo) nella sera del 4 gennaio per assistere non solo ad una serie di festeggiamenti da “mille ed una notte” con fuochi di artificio che hanno letteralmente ricoperto il grattacielo di luci e colori, ma anche ad una serie di colpi di scena dell’ultimo momento, il tutto ripreso in mondovisione dai principali media globali.
Infatti, nella sera dell’evento, il grattacielo ha visto cambiare il proprio nome dopo 5 anni di hype pubblicitaria, da Burj Dubai (la Torre di Dubai) a Burj Khalifa (Torre della dinastia Khalifa) in onore dello Sceicco di Abu Dhabi, Khalifa Bin Zayed Al Nahyan, che quindici giorni prima aveva salvato l’Emirato di Dubai dalla bancarotta saldando i debiti accumulati per un ammontare superiore ai 4 miliardi di dollari. Buona parte di tali debiti erano dovuti all’esplosione della bolla immobiliare creatasi negli anni precedenti a causa del rilascio sul mercato di migliaia di appartamenti a prezzi esorbitanti: basti pensare che i piani dal 45º al 108º della Torre, ospitano 700 appartamenti privati, che, secondo i costruttori, sono stati tutti venduti entro otto ore nel giorno dell’offerta, con prezzi superiori ai 35.000 dollari al metro quadrato.
Il secondo colpo di scena è stato l’annuncio dell’altezza che non era mai stata resa ufficiale negli anni precedenti nemmeno nel progetto finale, lasciando però intuire una dimensione superiore agli 800 metri con una cifra che nelle settimane precedenti si era “stabilizzata” secondo i media intorno agli 818 metri. L’annuncio dei finali 828 metri rilasciato da parte dello Sceicco di Dubai ha ulteriormente stupito la folla e le televisioni di tutto il mondo.
Alcuni Dati Tecnici (note tratte da Wikipedia)
Ecco tutti i record del Burj Khalifa:
· Il più alto grattacielo al mondo all’antenna 828 m (precedentemente Taipei 101 – 509,2 m)
· La struttura più alta mai costruita: 828 m (precedentemente l’antenna Radio di Varsavia – 646,38 m)
· La struttura più alta ancora in piedi: 828 m (precedentemente l’antenna della KVLY-TV – 628,8 m)
· La struttura a sé stante più alta: 828 m (precedentemente CN Tower, Toronto, Canada – 553,3 m)
· Edificio con più piani: 160 (precedentemente World Trade Center in New York, entrambe 110 piani)
· Gli ascensori più alti al mondo
· Gli ascensori più veloci al mondo (64 km/h) o 18 m/s (precedentemente Taipei 101 – 16,83 m/s)
· La gettata di cemento più alta (per un edificio): 606 m (precedentemente Taipei 101 – 449,2 m)
· La gettata di cemento più alta (per qualsiasi costruzione): 606 m (precedentemente Impianto Idroelettrico di Riva del Garda – 532 m)
· La prima struttura più alta al mondo ad includere appartamenti abitabili
· La piattaforma d’osservazione esterna più alta al mondo (al 124° piano a circa 550 metri)
· L’ascensore con il percorso continuo più lungo al mondo
· L’ascensore di servizio più alto al mondo
· L’installazione in alluminio e vetro più alta al mondo a 512 m
L’Osservatorio
Il giorno successivo, il 5 gennaio 2010, all’interno del Burj Khalifa è stata inaugurata la più alta piattaforma d’osservazione aperta al pubblico del Pianeta.
Situata al 124° piano è stata da noi visitata a solo un’ora dalla sua apertura: un intero piano alto più di 6 metri può ospitare ogni giorno migliaia di turisti che hanno la possibilità di osservare l’intera città (con una visione a 360 gradi e superiore ai 60 kilometri di distanza), le favolose Palm Island, nonchè uscire nella terrazza per avere all’aria aperta una visione ancora più realistica dell’insieme anche grazie ad un nuovo sofisticatissimo tipo di cannocchiale con annesso schermo LCD anziché il classico oculare, degno dei migliori film di fantascienza. Lo stesso ingresso al complesso ha un prezzo record: 20 euro su prenotazione e con limite orario di presenza ed 80 euro per l’ingresso VIP per chi volesse accedere immediatamente e senza alcuna prenotazione o limitazione.
Per rimanere in tema di record, nel corso del primo giorno di apertura al pubblico, due “divers” professionisti ripresi dai principali network televisivi planetari, hanno stabilito il record mondiale di Base Jump, una nuova specialità di sport estremo che può essere effettuata solo da pochissime costruzioni al mondo in quanto prevede appunto il lancio dal tetto del grattacielo o della struttura, con quasi immediata apertura del paracadute. Per quanto ovvio, nessun essere umano al mondo si era prima gettato da un palazzo di tale altezza (potendo ovviamente successivamente raccontare la sua esperienza….).
L’Armani Hotel
Dal marzo 2010 all’interno del grattacielo sarà operativo il primo Armani Hotel al mondo: occuperà fino all’ottavo piano, mentre le suite saranno ospitate al 38° e 39° piano. Centosessanta stanze, cinque ristoranti, una spa, l’Armani Privè e gli spazi Armani Fiori, Armani Dolci e Armani Galleria occuperanno più di 40mila metri quadrati del Burj Khalifa. L’arredamento sarà quello minimalista di Armani Casa, il prezzo previsto per una camera è di 600 euro a notte, meno del mitico Burj al Arab.
Come accennato, lo spettacolo del più alto grattacielo del mondo è completato da due “strutture” già inaugurate nel corso del 2009 che forniscono ulteriore pregio all’intero avveniristico complesso.
Il Dubai Mall
è il più grande centro commerciale del mondo per quanto riguarda l’area totale occupata, si estende su una superficie lunga 700 metri e larga 600 metri con circa 1300 negozi raggruppati in almeno 10 centri all’interno dell’intero complesso. Sono ben 400.000 metri quadrati totali di superficie (l’equivalente a circa 50 campi di calcio), con un’area interna di circa 200.000 metri quadrati ed un’area commerciale di circa 150.000 metri quadrati. Per gli amanti dello shopping sono a disposizione 16000 posti auto. Entro il 2015, il Mall sarà completamente operativo con un costo dell’intero investimento che si aggira intorno ai 20 miliardi di dollari.
All’interno del Mall è presente un cinema Multiplex con 22 sale con una capacità totale di 2800 posti. Ma l’attrazione di punta del Mall è l’acquario il “Dubai Aquarium & Underwater Zoo” che
-tanto per cambiare- è entrato nei Guinness Record per il più grande Pannello Acrilico al mondo per il contenimento delle centinaia di tonnellate d’acqua: una vasca di 32 metri x 32 e 8.3 metri in altezza.
La Dubai Fountain
All’esterno del Dubai Mall e di fronte al Burj Khalifa è presente, operativa dal 2009, la più grande ed alta fontana luminosa con getti d’acqua servo-controllati al mondo.
Pilotata da un sofisticatissimo sistema informatico con centinaia di valvole elettromeccaniche, la fontana luminosa crea ogni 20 minuti uno spettacolo serale fantasmagorico di luci e colori.
L’acqua viene letteralmente “sparata” all’altezza 150 metri, altezza equivalente ad un palazzo di 50 piani da centinaia di getti controllati dal computer che si muovono in modo sincrono con il brano musicale che viene eseguito al momento.
La fontana con una lunghezza complessiva di circa 275 metri si trova all’interno del lago artificiale che si specchia di fronte al Burj Khalifa ed al Dubai Mall, il quale vanta le ragguardevoli dimensioni di 3 campi da calcio.
La mia visita al continente australe si chiude dopo una settimana in cui ho comunque avuto la possibilità di ricevere un “taste” di una moderna, dinamica, prolifica e frizzante città, ancora oggi in forte espansione, per merito della fortissima immigrazione anche “di qualità” proveniente da tutto il mondo, attratta dallo stile e tenore di vita, da un clima, una visione “open minded” del mondo ed una prospettiva futura ben differenti dalla triste, vecchia e fredda Europa di cui l’Italia -mi ripeto- costituisce purtroppo l’emblema.
Ma la rassegnazione non deve mai prendere il posto della speranza, ed in questa ultima mia riflessione prima della ripartenza per il Vecchio Continente, voglio fare un paragone che vale quale un augurio.
Oltre a Barcellona che ospitò i giochi del ’92 esiste un’altra città in Europa che, anche se in tono minore, potrebbe beneficiare in modo interessante nei prossimi anni per la ricaduta positiva dei giochi olimpici: si trova in Italia, ma non è Milano, Roma o Firenze …è Torino.
La Torino pre-olimpica del 2005 era molto più “affannata” della Sydney del ’99 ma la situazione successiva ai Giochi Invernali del 2006 ha visto un miglioramento della città straordinario, mai vissuto da decenni da parte degli abitanti della “grigia città industriale” del passato.
Oltre alle opere infrastrutturali (molte delle quali ancora in corso) Torino ha cercato in questi anni di rinnovarsi anche culturalmente e tecnologicamente, per uscire dal decennale stereotipo con cui è stata identificata.
Certamente i passi da compiere sono ancora molti, ma confrontando la Capitale Sabauda con altre città italiane da me spesso visitate per lavoro o per turismo, vedo un dinamismo che la distingue, quando invece molte realtà del Bel Paese hanno (a mio avviso) purtroppo irrimediabilmente e da tempo innestato la retromarcia.
La sfida di Torino -ancora in corso e non ancora vinta- è quella al tipico atteggiamento italiano in cui una volta realizzato “qualcosa”, invece di raccogliere i frutti dello sforzo compiuto, si torna “gattopardescamente” allo “status quo” precedente, caratterizzato da un immobilismo sociale, economico, tecnologico e culturale che sta portando da anni la nostra Italia sempre più in basso nelle classifiche mondiali di ogni tipo.
Non possiamo cambiare il clima (amo decisamente la Sydney estiva di questo gennaio 2009 con un “clear sky” e 32 gradi), non possiamo “diventare più giovani”, ma sicuramente possiamo innestare un rinnovamento nel modo di pensare e di vedere il futuro nostro e delle nuove generazioni (e le nuove generazioni bisogna anche crearle, in un paese la cui crescita demografica è unicamente innescata dall’immigrazione…), che contraddistingue le città più dinamiche del mondo.
Per chiudere la mia permanenza nella meravigliosa Sydney, ho ripetuto il mio classico pellegrinaggio tecnologico per ben due volte presso l’IMAX di Darling Harbour, il più grande teatro IMAX dell’intero emisfero sud del mondo. Rispetto alla mia visita del 1999 (allora l’Imax era in funzione da pochi mesi), l’esperienza non è cambiata, ma è migliorato il marketing che porta centinaia di persone ogni giorno a fruire di tale esperienza tecnologica ai vertici delle attuali forme di intrattenimento multimediale disponibili al mondo. Questa è una delle tante cose che invece manca a Torino, ma da alcuni anni seguo con interesse le informazioni relative alla nascita di un parco di intrattenimento multimediale (MediaPolis) che dovrebbe sorgere tra Settimo Torinese e Chivasso, ai bordi della Torino-Milano, in cui “hopefully” potrebbe essere presente anche un Teatro Imax (ricordo che in Italia ve ne sono solo due che al momento hanno raccolto alterne fortune).
Con questo ideale gemellaggio tra la “fredda” (spero in futuro solo climaticamente parlando) Torino e la solare Sydney termina la mia permanenza in Australia ed inizia il mio ritorno verso l’Europa: prossima tappa…..

Mancavo dall’Australia da nove anni: avevo visitato il continente down-under per ben 3 volte consecutive nel mio primo, secondo e terzo giro del mondo rispettivamente nel ’95 nel ’97 e nel ’99 (il mio “primo giro del mondo” coincise proprio nel 1995 con la decisione di visitare l’Australia agli antipodi dell’Italia e quindi dall’altra parte del Pianeta).
Dopo aver visto per la prima volta la “True Polinesia” ed essere stato “fulminato” dalle bellezze dell’arcipelago di Tonga proprio nel 1999, nei successivi due giri del mondo del 2001 e del 2004 alla bellissima Australia, già visitata, avevo preferito quindi i meravigliosi atolli e le stupende (caratterialmente parlando) persone dell’arcipelago polinesiano.
In questo sesto giro, ho deciso di unire le due tappe chiudendo idealmente un ciclo durato quattordici anni.
L’ultima mia visita a Sydney nel 1999 coincideva con il termine della preparazione dei giochi olimpici del 2000 “strappati” dalla città australe ad Atene che dovette accontentarsi dell’edizione successiva. Sicuramente (a mio avviso e nelle considerazioni degli esperti) quelli del 2000 sono stati i migliori Giochi Olimpici di sempre e la città di Sydney ne ha potuto andare orgogliosa per almeno otto anni, fino appunto alle olimpiadi cinesi che per sfarzo e budget sono state superiori, ma non -a mio avviso- per lo spirito dei giochi stessi.
Quella di Sydney è stata l’affermazione di giochi all’insegna della pace, dell’ecologia e del risparmio energetico (nel 1996 avevamo invece assistito al trionfo del freddo ed opulento Business dominato dalle potentissime Corporation americane, con i giochi di Atlanta…), in un mondo che precedendo l’11 settembre viveva ancora in una specie di limbo di serenità e speranza che aveva seguito il boom della new-economy degli ultimi anni del secolo precedente.
Anche se i primi forti segnali del crollo della nuova economia cominciavano a farsi sentire, molte delle tensioni internazionali del passato sembravano essere affievolite e la speranza per il nuovo millennio, celebrata nei mesi precedenti ai Giochi (proprio Tonga e l’Australia erano state le prime nazioni a vedere per prime l’alba del nuovo millennio) inducevano a sperare per un futuro sereno.
Nonostante ciò che è avvenuto negli anni successivi, Sydney ed il continente australe hanno continuato per anni a beneficare delle ricadute d’immagine ed economiche dei giochi del 2000.
Ricordo una bellissima città anche se piena di cantieri e lavori in corso senza peraltro l’affanno “dell’ultimo minuto” tipico di edizioni precedenti e successive.
La Sydney che vedo oggi ad otto anni dai giochi è semplicemente “radiosa”.
Il credit crunch, qui, sembra non abbia ancora fatto capolino seriamente, ecco alcuni esempi:
il valore delle case nei sobborghi del ceto medio della città (Manly, Mosman, Collaroy, Narrabeen, Bondi Beach), che conosco bene per le mie visite prececenti (ho vissuto a Narrabeen per alcune settimane sia nel 1997 che nel 1999 ospite di una cara zia), non è assolutamente sceso, anzi: una bella “unit” del valore di 250.000 dollari australiani nel ’95, ancora oggi non si acquista con meno di un milione di dollari.
Il secondo segnale è dato dalla qualità e dal tenore della vita, dalla quantità di turisti e dalla quantità di spesa che ancora oggi questi effettuano nella capitale.
Un terzo segnale è dato dal fatto che, ad oggi, una sola banca australiana sembra aver subito alcune conseguenze della crisi a causa degli investimenti negli Stati Uniti, senza peraltro per ora aver annunciato licenziamenti. L’Australia, in generale, è più legata alle economie del Sud-Est Asiatico ancora in forte crescita, piuttosto che a quelle Americane o Europee, tanto che -apprendo da alcuni vecchi amici in Sydney- molte grandi banche inglesi ed americane stanno spostando -in alternativa al licenziamento- ad Hong Kong e Singapore i loro migliori broker.

Negli ultimi giorni della mia permanenza in Tonga, dopo un “freezing” di quattro anni avviene un piccolo cambiamento epocale, che segna un nuovo balzo tecnologico per questo arcipelago polinesiano.
Dal 1 gennaio è infatti partito ufficialmente anche a Tonga il GPRS/EDGE sul telefonino. Questa affermazione potrà sembrare curiosa visto che in Italia siamo avanti di due generazioni con l’HSDPA (da 2,4 Gigabit/sec), ma proprio nel mio ultimo viaggio, quattro anni fa, intervistando il responsabile tecnico della Ton Fon, appresi che dopo la telefonia cellulare GSM sarebbe stato introdotto il servizio di trasmissione dati GPRS sui telefonini di lì a qualche mese. Bene, di mesi ne sono passati ben 48 perché al mio arrivo il servizio nulla era stato ancora attivato.
Nel frattempo la Ton Fon è stata acquistata dalla Digicel, una compagnia che copre gran parte delle isole del Pacifico. Proprio durante la Cena di Natale in cui ho conosciuto nuovo CEO della Digicel mi viene da lui dato l’annuncio ufficiale che dal 1 gennaio 2009 sarebbe partito il servizio. E così, dopo un divertente colloquio con il CEO della nuova compagnia telefonica, nei giorni successivi, il 1 gennaio mi ritrovo in un bellissimo atollo dell’arcipelago a testare gratuitamente tra un bagno e l’altro il nuovo servizio dati con la mia scheda HSDPA italiana debitamente hackerata e direttamente per conto e con il placet del numero uno della compagnia locale…
Dopo questo piccolo balzo tecnologico mi preparo per un’altra partenza ed un’altra tappa. Tocca all’Australia che in passato avevo visitato per ben 3 volte nel ‘95, ’97 e ’99 ma che appunto “mancava” nei miei itinerari ormai da 10 anni.
Sarà la meravigliosa Sydney la città di riferimento del mio prossimo stop.

Le Hawaii e le Tonga sono due arcipelaghi polinesiani appartenenti allo stesso Oceano, quello Pacifico, ma separate da una notevole distanza sia culturale che geografica.
Infatti, i due arcipelaghi sarebbero a “sole” sei ore di distanza, considerando un normale volo aereo di linea. Di fatto, i due arcipelaghi non sono connessi agevolmente in modo diretto, è necessario fare scalo alle isole Fiji o in Nuova Zelanda, come nel mio caso, riuscendo ad allungare anche del doppio il percorso.
Per rimanere quindi nell’ambito del mio biglietto “giro intorno al mondo” giungo nel Regno di Tonga dopo un viaggio complessivo di 12 ore che mi porta prima ad Auckland e poi finalmente a Nuku’Alofa la capitale dell’ultimo Regno del Pacifico nonché uno dei più piccoli stati del mondo con soli 95.000 abitanti.
Le Hawaii rappresentano il “Nord” del mondo o quello che noi amiamo chiamare “l’Occidente”, Tonga rappresenta quel “Sud” del mondo perennemente “in via di sviluppo”.
La distanza è anche culturale, perché dal modernissimo ed ipermassificato stato polinesiano delle Hawaii, si giunge in quella che ancora oggi con dignità di causa si può definire “l’Ancient Polinesia” un luogo che, a differenza della maggior parte degli arcipelaghi del Pacifico (dove è rappresentata ormai solo nelle brochure per turisti) sfruttati fino all’eccesso da parte dei circuiti turistici globali, ha mantenuto -realmente- molte delle bellissime e genuine usanze e dei costumi che sono andate letteralmente persi altrove.
Giunto al mio sesto Giro del Mondo e con decine di nazioni visitate in questi anni, posso ancora affermare con convinzione, che la definizione di “Paradiso in Terra”, per quanto mi riguarda, coincide ancora con alcuni remoti atolli di questo ultimo regno polinesiano che ha avuto per merito o semplicemente per mancanza di iniziativa commerciale, la capacità di preservare alcuni valori e mantenere intatti la maggior parte dei meravigliosi luoghi presenti. La distanza fisica, veramente notevole dal “mondo civile”, il relativo basso numero di abitanti (basti pensare ad alcuni luoghi stupendi ma iperpopolati e sfruttati in Africa o nell’Asia), la stabilità politica rafforzata dalla volontà di non concedere grande spazio alle grandi corporation mondiali, hanno fatto sì in questi anni e -soprattutto- con grande probabilità faranno sì che nei prossimi decenni, che i “tesori” di questa nazione saranno sempre più apprezzati in tutto il globo proprio perché sempre più rari ed introvabili.
In tutto questo si innesta una riflessione sulle tecnologie e sulla scienza delle città che è stato il filo conduttore dei miei precedenti diari telematici.
Dalla mia ultima visita, quattro anni fa, l’evoluzione tecnologica in questa nicchia polinesiana si è letteralmente cristallizzata. Il notevole salto tecnologico, avvenuto tra la fine del 2003 e l’inzio del 2004 con l’utilizzo della tecnologia Internet per coprire la maggior parte degli arcipelaghi attraverso il WI-FI e la copertura delle telefonia internazionale attraverso l’IP (che aveva reso allora come peraltro oggi estremamente conveniente l’utilizzo della telefonia internazionale), non ha prodotto ulteriori evoluzioni. E’ una logica che rientra perfettamente nel modo di pensare di questo popolo: una volta soddisfatto il “bisogno primario” di comunicazione -allineandosi agli standard del mondo occidentale- non si è fatto nulla per soddisfare ulteriori “bisogni superflui” di cui sinceramente questo popolo non sente la necessità.
Per farla breve, credo che gli Online Social Network -alla FaceBook- che a mio avviso rappresentano il vero specchio di quella “solitudine” ed “isolamento del singolo”, tipici del mondo occidentale, qui non prenderanno piede con grande rapidità, così come le grandi catene di fast food americane non hanno mai veramente preso piede in questi 30 anni in Italia, nonostante le pressioni e gli “interessi” delle grandi corporation mondiali.
Perché andare a cercare in Rete una “socializzazione” che qui è la cosa più naturale del mondo, perché cercare finti amici (quelli che poi non ti salutano sul posto di lavoro) su FaceBook, quando l’amicizia in questo luogo è spontanea e molto spesso disinteressata, favorita dal clima, da una situazione di Serendipity sia tecnologica che sociale, al limite del fatalismo.
E’ ancora oggi un popolo giovane e spontaneo, trasparente come la mancata privacy di Facebook.
Con questa riflessione si avvicina al termine il mio viaggio nel Regno di Tonga ed inizierà dai prossimi giorni il lento ritorno verso quell’Europa “fredda” ed in costante invecchiamento, in declino sia sociale che economico di cui l’Italia rappresenta purtroppo l’emblema.
Nell’ultima giornata di permanenza alle Hawaii, durante il trasferimento all’aeroporto, avevo prenotato con largo anticipo uno shuttle: parlando con l’autista, mi dice di conoscere la sorella del Presidente e che nel nostro percorso da Waikiki verso l’aeroporto saremmo passati di fronte alla scuola in cui ha studiato per otto anni Obama.
L’autista, proviene delle isole Samoa e risiede ad Honolulu da quando era ragazzino, si sente, come molti immigrati, parte del “sogno americano” e confessa di credere che qualcosa di importante potrà avvenire proprio grazie alle Hawaii. Avendo ancora molto tempo prima del volo convinco senza nemmeno troppa difficoltà l’autista a fare una piccola deviazione per visitare la scuola in cui Obama ha studiato per otto anni dalle medie fino al termine della high school per trasferirsi poi a Chicago dove aveva vinto una borsa di studio per il conseguimento della Laurea in Legge. Questa scuola oggi è estremamente rinomata ed altrettanto costosa, solo i figli dei ricchi possono permettersela: l’autista mi confessa che lui purtroppo non ha potuto frequentarla, dovendosi accontentare della scuola pubblica, ma i nonni di Obama benché appartenenti alla classe media spesero una fortuna per far studiare il nipote in quella scuola.
La Punahou School è un istituto privato, ma l’autista samoano avendo lo zio responsabile della security interna della scuola, garantisce per me e riesce ad ottenere di entrare nel campus per una breve visita… Molti qui dentro lo hanno conosciuto, mi dice, anche mio zio se lo ricorda, considerato che ha passato ben otto anni studiando in questo complesso…
La scuola ricorda il tipico campus americano con ampi spazi per la ricreazione e lo sport e con casette ordinate in cui è indicato l’anno di frequenza.
Questo imprevisto ma graditissimo tour termina nuovamente di fronte alla casa dei nonni già vista nei giorni scorsi, che si rivela praticamente a poche centinaia di metri da una delle tante entrate dell’immenso campus, quasi a significare quanto i parenti del piccolo Barack tenessero all’istruzione del nipotino.
Si riparte per l’aeroporto di Honolulu, pronti per un nuovo e lungo volo verso quel paradiso polinesiano già raccontato nei miei precedenti giri del mondo: il Regno di Tonga.
Durante la mia permanenza in Honolulu, i segnali dell’orgoglio di avere un nuovo Presidente portatore di una grande speranza, si possono apprezzare in molti luoghi della città. Non bisogna dimenticare che oltre ad essere il primo presidente di colore, Obama è anche il primo presidente della storia americana appartenente allo stato delle Hawaii.
Il giorno successivo alla maratona, con il tempo divenuto più clemente ho potuto effettuare un tour di parte dell’isola principale. Sarà un caso, ma nei due ristoranti visitati durante la giornata svettavano orgogliose presso la cassa, le fotografie del titolare che stringe la mano nel suo locale al Senatore Obama, probabilmente scattate nel corso della recente campagna elettorale. Solitamente foto simili riprendono famosi giocatori di Football o di Baseball, ma in questo caso per lo stato delle Hawaii il personaggio è divenuto di grande richiamo, anche in considerazione del fatto che avendo vissuto per anni in centro città, le persone che lo hanno conosciuto in questa parte dell’isola sono veramente tante.
Di fatto, anche la casa dove ha vissuto la sua giovinezza il futuro Presidente degli Stati Uniti è divenuta una attrazione turistica. Il giorno successivo, durante un tour guidato di Honolulu, l’autista ha “inserito” tra le tappe proprio il condominio dove al quarto piano abitava la nonna che lo ha cresciuto, mancata proprio pochi giorni prima della tornata elettorale.
Inutile dire che, anche l’autista del tour, appartenente alla etnia dei nativi hawaiani, rivela nei suoi discorsi una forte speranza per la futura opera del Presidente, ricordando che egli incorpora i valori di pace, solidarietà e multietnicità tipici del cinquantesimo stato dell’Unione.
Le isole Hawaii, infatti, sono state ed ancora oggi sono il punto di riferimento e di immigrazione per intero Pacifico. Nessuna etnia nello Stato supera il 20%. Oltre ai nativi hawaiani, forte è la comunità giapponese, esiste inoltre una notevole percentuale di immigrati dai vari arcipelaghi della Polinesia, dalla Cina e dal Sud est asiatico.
E’ in questo crogiuolo di multiculturalità che si è formata la figura del 44° presidente americano.
Ma la sorpresa più interessante giunge proprio nell’ultimo giorno della mia permanenza negli USA.
Arrivato ad Honolulu, dopo una imprevista sosta di nove ore all’aeroporto di Los Angeles a causa di un grave quasto elettrico al veivolo della United che doveva in meno di sei ore condurmi alle Hawaii, mi accoglie una tempesta tropicale che cancellerà totalmente il primo giorno delle attività programmate, la coda di tale tempesta, accompagnerà anche se con minor potenza anche i giorni successivi della mia visita.
Non è un problema: la “tappa” alle Hawaii non era stata programmata per passare alcuni giorni in spiaggia, anche in considerazione dell’affollamento direi eccessivo della rinomata Waikiki Beach che per tutto l’anno non ha nulla da invidiare al caos massificato della Rimini ferragostana. Purtroppo invece è saltato il “pellegrinaggio” all’Imax di Honolulu che trovandosi dall’altra parte dell’isola principale e viste le condizioni meteo sarà forse la meta di un mio futuro eventuale ritorno.
Non è invece potuta mancare una visita ai luoghi storici di Pearl Harbour il mitico porto militare oggetto dell’attacco giapponese agli americani il 7 dicembre 1941, atto da sempre considerato ignobile che provocò l’espandersi della II Guerra Mondiale anche nel Pacifico.
Paradossalmente, oggi Honolulu è una delle città americane più amate dai Giapponesi, sia per la vicinanza fisica che per una sorta di nemesi storica.
La combinazione vuole che proprio il sito di Pearl Harbour sia una delle “attrazioni” più visitate dal popolo nipponico, con l’eccezione del giorno in cui sono passato io.
Infatti per ironia della sorte uno degli eventi più apprezzati dai giapponesi è la famosa Maratona di Honolulu (la terza maratona USA per dimensione dopo quella di New York e Chicago) che si è corsa proprio nel giorno della mia visita a Pearl Harbour.
Più di 35 mila cittadini del Sol Levante hanno in questi giorni letteralmente invaso la capitale della Hawaii per correre la Maratona.
Mi ritrovo quindi con i pochi occidentali a visitare i siti storici degli attacchi giapponesi evitando quindi il tipico affollamento delle ordinarie giornate di visita.
Con il mio bel berrettino rappresentante Obama acquistato qualche giorno prima a Venice Beach mi metto in coda per accedere al Museo ma continuo stranamente ad essere fissato con curiosità dai vari militari facenti parte del personale di servizio. Non ne capisco il motivo fino a quanto osservando le bandiere giapponesi all’interno del museo e confrontandole con il berrettino mi rendo conto della cosa… Sul cappello vi è il viso di Obama la cui espressione ricorda molto quella di Martin Luther King nel suo famoso discorso sui diritti civili e come sfondo la bandiera americana. Ma forse per un errore o per una questione di impostazione grafica o ancora per mantenere l’estetica circolare del berretto, la bandiera americana è in realtà…. la bandiera del Giappone imperiale utilizzata fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. Le stelle e strisce infatti non sono orizzontali ma dipartono dal centro, quasi a significare una sorta di aureola santificante per il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Insomma, bene facevano i militari del Museo di Pearl Harbour ad osservare la stranezza di un Obama mixato con la bandiera giapponese ante II Guerra.
Questa coincidenza rappresenta simpaticamente un positivo segno dei tempi di due popoli che proprio in questo arcipelago, oggi, condividono valori ed esperienze. Uno Stato dell’Unione, le Hawaii, che come vedremo nel mio prossimo “capitolo” rappresentano il Melting Pot del Pacifico, per razze, idee e soprattutto per il messaggio di pace -il tipico Aloha! (che significa amore)- che i propri abitanti inviano ogni giorno ai visitatori.
Al termine della mia visita ai siti della storia, torno a Waikiki Beach giusto in tempo per vedere migliaia di giapponesi che -trafelati ma orgogliosi- portano a termine dopo sette ore la loro Maratona, ottenendo in cambio una maglietta attestante il raggiungimento del traguardo finale, che sfoggiano con onore tra gli applausi della folla.
La casa della famiglia di Obama ad Honolulu
E’ giunto il momento di partire per Honolulu, capitale del cinquantesimo stato dell’Unione, annesso nel 1898 con la detronizzazione di uno degli ultimi Re del Pacifico. Un luogo conquistato con la forza da una potenza che iniziava ad affacciarsi anche sull’Oceano che per anni è stato l’esatto opposto del suo nome.
Uno stato, le Hawaii, esattamente a metà strada tra gli Stati Uniti e la Cina: è questo il vero baricentro, il punto di equilibrio dei nuovi assetti mondiali. Esattamente da questo baricentro proviene una persona che ha oggi il difficile compito di rendere il mondo più Pacifico e ridare un nuovo significato ed una speranza alla vita di milioni di persone in tutto il pianeta.