Non sempre i Nobel parlano ex cathedra

Neanche il più meritato dei Nobel può mettere al sicuro un genio dalla cantonata più asinina, appena si discosta dal suo campo di competenza, e qui la tarda età non vale per lo sfottò, dal momento che il settantanovenne Watson non è storicamente nuovo alle controversie, come quando affermò che, nel caso lo screening prenatale rivelasse nel feto il gene dell’omosessualità, dovrebbe essere consentito alla madre di abortire.

All’epoca si difese sostenendo che era un generico esempio di quello che legittimamente avrebbe potuto spingere una madre ad abortire; questa volta gli è andata decisamente peggio: per le idee espresse sull’intelligenza della gente di colore la conferenza per la presentazione in Inghilterra del suo nuovo libro è stata annullata, e in patria gli sono stati revocati tutti i principali incarichi.

Lo scienziato statunitense ha poi ritrattato, ma l’affermazione che “tutte le nostre politiche sociali sono basate sul fatto che la loro [degli Africani] intelligenza sia uguale alla nostra-quando tutti i test dicono che non è davvero così”, “chi ha a che fare con dipendenti di colore sa che non è vero [che tutti siamo uguali]” e “non c’è un motivo solido per affermare che sia provato che si siano evolute in modo identico le capacità intellettuali di popoli rimasti geograficamente separati nel corso della loro evoluzione” ha fatto il giro del mondo in poche ore, sollevando reazioni negative e spesso incredule nella comunità scientifica.

Va detto che l’argomentazione non regge per la natura stessa dei test d’intelligenza, invocati dallo scienziato di Chicago a sostegno delle sue affermazioni: la misura del Q.I. (quoziente criticato, fra gli altri, dal biologo evolutivo Lewontin e da numerosi Nobel, fra cui Eccles e Levi Montalcini) cresce con l’istruzione, e quindi dipende in larga misura dalle condizioni esterne, e solo in parte dalle caratteristiche intrinseche dell’individuo, ereditarie o no. Sta di fatto che neri o bianchi, gli esaminati più istruiti manifestano Q.I. mediamente superiori a chi non ha studiato. In più, dell’armamentario cerebrale di ciascuno, un test misura solo una singola dote (la velocità, il pensiero convergente, la capacità di apprendimento): questo li rende più utili per rilevare disfunzioni cerebrali e ritardo mentale che non per misurare  e confrontare l’intelligenza dei singoli. In più ciascun test riflette le caratteristiche di chi l’ha inventato e della relativa società di origine, e questo è sufficiente per renderlo inaffidabile per confrontare gruppi di provenienza diversa; come se non bastasse, anche su gruppi omogenei generano falsi positivi (sopravvalutazioni) e falsi negativi (sottovalutazioni).

Queste cose avrebbe dovuto sapere James D. Watson, titolare di un Q.I. poco più che medio, Nobel nel 1962 assieme a Crick e Wilkins per la folgorante scoperta della struttura a doppia elica del DNA, prima di lanciarsi in affermazioni inconsistenti sulla psiche umana, campo sul quale al contrario la sua competenza non supera quella dell’uomo della strada. Invece ha coronato la poco illustre impresa concludendo fiducioso che entro una decina di anni si saranno identificati i geni responsabili delle differenze nell’intelligenza umana così precisamente e tanto affidabilmente misurate…

Ma è possibile che un premio Nobel per una scoperta così importante faccia un errore così clamoroso? La risposta è SI’. Come tutti noi quando parliamo di argomenti su cui non siamo preparati: J. D. Watson (anche rubacchiando il lavoro della scienziata Rosalind Franklin, di cui, non contento, parlerà male dopo morta) ha approfondito la sua conoscenza sulla struttura degli acidi nucleici, e quando resta nell’ambito del suo campo è un’autorità indiscussa, ma quando fa affermazioni in altri campi senza documentarsi a sufficienza si comporta in modo antiscientifico: si limita ad esprimere opinioni (in questo caso infondate).